29 novembre 2020
Aggiornato 02:00
Movimento 5 stelle

L'ex addetto stampa: «Ho lasciato il M5s e sono partite le minacce»

Lorenzo Tosa si è dimesso per protesta dal posto di responsabile comunicazione del Movimento in Liguria: al DiariodelWeb.it spiega perché (e cosa è successo dopo)

Lorenzo Tosa, da qualche giorno hai lasciato per protesta il posto di responsabile comunicazione del Movimento 5 stelle in Liguria. Ma quando ti sei avvicinato al partito ci credevi davvero?
Devo dirti la verità, da quando ci sono entrato, nel 2015, per me quello era un lavoro e nient'altro. Ma in passato, soprattutto ai tempi del primo V-Day, guardavo al Movimento, se non con simpatia, con una certa curiosità.

Quando hai iniziato a renderti conto che qualcosa non andava?
Prima ancora di entrare, qualche dubbio in più ce l'avevo...

E da dentro?
Ho potuto notare l'esistenza di due livelli. Il primo più locale, in cui, seppur con fatica, riuscivamo a portare all'attenzione qualche tema interessante per il territorio. Il problema è che, contemporaneamente, si stava creando un secondo livello, nazionale, che da un certo momento in avanti è diventato un treno in corsa verso il governo, e verso le ambizioni smisurate di potere dei Di Maio e dei Casalino. Questa corsa folle e sciagurata ha creato una Spa del consenso, basata unicamente sui sondaggi: per il resto non esiste un valore, un'identità, una cultura politica. Adesso questo sta uscendo prepotentemente fuori.

Ma queste ingerenze di Di Maio e Casalino le vivevi nel concreto? Ti arrivavano le telefonate da Roma per indirizzarti?
Guarda, dentro al M5s il telefono si usa solo per le chat.

Allora i WhatsApp... Io sono un po' più vecchio.
Ma hai centrato il punto. La cara e vecchia telefonata è completamente sparita: forse dalla società, ma in particolar modo dal M5s. Dove la comunicazione è costituita unicamente da queste decine, forse centinaia di chat, a tutti i livelli, con cui viene declinata tutta la forza comunicativa. Si dirama dal nucleo nazionale verso tutti gli enti locali che, come soldatini ammaestrati, senza alcun pensiero critico, avevano il compito di veicolare i messaggi. Che non avevano niente a che vedere con il territorio e con i quali, oggettivamente, non mi rivedevo più, al punto di fare la mia scelta di campo.

Quale è stato il tuo momento di rottura, quello in cui hai capito che così non potevi più andare avanti?
Ce ne sono stati tanti, di momenti di cedimento. Il primo è stato il caso Genova, quando dal giorno alla notte venne rovesciato il voto alle primarie online per il candidato sindaco di Genova Marika Cassimatis. Con manovre al di là del lecito, dei principi democratici e di quelli fondativi del M5s, basati su onestà e trasparenza. Sulla base di prove non pertinenti, illegittime e infondate, e soprattutto con un «fidatevi di me» calato dall'alto dal leader di Sant'Ilario. Io mi sono ritrovato a gestire la comunicazione in un momento delicato e, come sempre capita in questi casi eclatanti che agitano la stampa, il M5s si è chiuso a riccio: ho avuto ordine dall'alto di cancellare tutti i rapporti con la stampa, di non rispondere nemmeno al telefono. Poi di momenti di cedimento ne sono seguiti altri, una serie di casi locali su questa falsariga. Fino all'alleanza di governo con la Lega, che loro chiamano contratto ma è chiaramente un'alleanza: è assurdo che milioni di persone, che votano in buona fede il M5s, ci credano.

Questa adesione quasi fideistica della base pentastellata si dimostra anche dalla reazione che hai ricevuto tu, sui social, quando hai comunicato le tue dimissioni.
Assolutamente. L'ho definito un culto arcaico: le idee non sono più in discussione, sono delle tavole da imparare a memoria e ripetere.

E se osi alzare il dito vieni stroncato, come è successo a te con una serie di minacce.
Sì, questa è la norma nel M5s. È un copione che mi aspettavo, e anche con questa violenza: non mi ha stupito. Come non mi ha stupito il silenzio dei vertici, del M5s ufficiale da cui non ho avuto risposte né messaggi. In quel momento sono diventato un «traditore».

Un po' lo stesso trattamento che stanno subendo quei senatori che non hanno votato il decreto Genova, come De Falco e la Nugnes.
Non posso definirlo in altro modo se non una gogna mediatica spaventosa. Quello che mi dispiace, ripeto, è l'assenza totale di ogni tipo di dissociazione dei vertici da queste frange più violente, da questi hooligan da tastiera. Che, quasi, diventano il braccio armato di quella comunicazione reale, che si presenta con il volto moderato e sorridente di Luigi Di Maio.

Hai usato parole molto dure quando hai definito il M5s addirittura come un apripista del fascismo.
È una certezza che si è mostrata davanti ai miei occhi e, credo, a quelli di molti italiani. Mi ha sempre colpito una frase che Beppe Grillo pronunciava qualche anno fa dal palco: se in Italia i fascismi non ci sono e non ci saranno è perché il M5s sta facendo da argine a questa rabbia sociale, dandole uno sfogo sano e genuino, con parole di pace che stemperano la violenza. Con il senno di poi, oggi quelle parole suonano spaventose, perché è esattamente avvenuto il contrario. In questi mesi abbiamo visto un Movimento che non solo non è riuscito ad essere argine, ma è stato addirittura leva del peggior fascio-populismo, della peggior destra del pianeta, quella che fa riferimento a Trump, a Bolsonaro, alla Le Pen.

Forse una parte dell'elettorato sta comprendendo questo aspetto, visto che il M5s sta calando nei sondaggi. Dall'altra parte, invece, la Lega è in crescita.
Vedo un M5s molto in difficoltà, al di là dei sondaggi che lo lasciano intravedere solo in parte. Tutte le promesse elettorali e gli slogan, utilizzati in questi anni per creare il consenso, si stanno scontrando con l'esperienza di governo e la necessità di fare i conti con la realtà. Lo stiamo vedendo sulle grandi opere, su tutti i no diventati sì, sull'Ilva che sarebbe dovuta diventare uno splendido parco turistico. Questo succede quando non si ha una cultura chiara e un'idea politica precisa, e ci si muove sull'onda del più bieco populismo. Se qualcosa mi porta consenso io la dico, senza preoccuparmi se si possa fare, se le mie promesse si possano mantenere. Quando tutti questi nodi verranno al pettine ne beneficerà la Lega, che furbescamente sta fagocitando il M5s, sta prendendo i voti della protesta ed estremizzandoli con toni ancora più violenti. Strizzando l'occhiolino, dall'altra parte, al centrodestra, che rimane sempre un'alternativa a disposizione di Matteo Salvini, e che credo che utilizzerà in un futuro non lontano.

Lorenzo Tosa, da qualche giorno hai lasciato per protesta il posto di responsabile comunicazione del Movimento 5 stelle in Liguria. Ma quando ti sei avvicinato al partito ci credevi davvero?
Devo dirti la verità, da quando ci sono entrato, nel 2015, per me quello era un lavoro e nient'altro. Ma in passato, soprattutto ai tempi del primo V-Day, guardavo al Movimento, se non con simpatia, con una certa curiosità.

Quando hai iniziato a renderti conto che qualcosa non andava?
Prima ancora di entrare, qualche dubbio in più ce l'avevo...

E da dentro?
Ho potuto notare l'esistenza di due livelli. Il primo più locale, in cui, seppur con fatica, riuscivamo a portare all'attenzione qualche tema interessante per il territorio. Il problema è che, contemporaneamente, si stava creando un secondo livello, nazionale, che da un certo momento in avanti è diventato un treno in corsa verso il governo, e verso le ambizioni smisurate di potere dei Di Maio e dei Casalino. Questa corsa folle e sciagurata ha creato una Spa del consenso, basata unicamente sui sondaggi: per il resto non esiste un valore, un'identità, una cultura politica. Adesso questo sta uscendo prepotentemente fuori.

Ma queste ingerenze di Di Maio e Casalino le vivevi nel concreto? Ti arrivavano le telefonate da Roma per indirizzarti?
Guarda, dentro al M5s il telefono si usa solo per le chat.

Allora i WhatsApp... Io sono un po' più vecchio.
Ma hai centrato il punto. La cara e vecchia telefonata è completamente sparita: forse dalla società, ma in particolar modo dal M5s. Dove la comunicazione è costituita unicamente da queste decine, forse centinaia di chat, a tutti i livelli, con cui viene declinata tutta la forza comunicativa. Si dirama dal nucleo nazionale verso tutti gli enti locali che, come soldatini ammaestrati, senza alcun pensiero critico, avevano il compito di veicolare i messaggi. Che non avevano niente a che vedere con il territorio e con i quali, oggettivamente, non mi rivedevo più, al punto di fare la mia scelta di campo.

Quale è stato il tuo momento di rottura, quello in cui hai capito che così non potevi più andare avanti?
Ce ne sono stati tanti, di momenti di cedimento. Il primo è stato il caso Genova, quando dal giorno alla notte venne rovesciato il voto alle primarie online per il candidato sindaco di Genova Marika Cassimatis. Con manovre al di là del lecito, dei principi democratici e di quelli fondativi del M5s, basati su onestà e trasparenza. Sulla base di prove non pertinenti, illegittime e infondate, e soprattutto con un «fidatevi di me» calato dall'alto dal leader di Sant'Ilario. Io mi sono ritrovato a gestire la comunicazione in un momento delicato e, come sempre capita in questi casi eclatanti che agitano la stampa, il M5s si è chiuso a riccio: ho avuto ordine dall'alto di cancellare tutti i rapporti con la stampa, di non rispondere nemmeno al telefono. Poi di momenti di cedimento ne sono seguiti altri, una serie di casi locali su questa falsariga. Fino all'alleanza di governo con la Lega, che loro chiamano contratto ma è chiaramente un'alleanza: è assurdo che milioni di persone, che votano in buona fede il M5s, ci credano.

Questa adesione quasi fideistica della base pentastellata si dimostra anche dalla reazione che hai ricevuto tu, sui social, quando hai comunicato le tue dimissioni.
Assolutamente. L'ho definito un culto arcaico: le idee non sono più in discussione, sono delle tavole da imparare a memoria e ripetere.

E se osi alzare il dito vieni stroncato, come è successo a te con una serie di minacce.
Sì, questa è la norma nel M5s. È un copione che mi aspettavo, e anche con questa violenza: non mi ha stupito. Come non mi ha stupito il silenzio dei vertici, del M5s ufficiale da cui non ho avuto risposte né messaggi. In quel momento sono diventato un «traditore».

Un po' lo stesso trattamento che stanno subendo quei senatori che non hanno votato il decreto Genova, come De Falco e la Nugnes.
Non posso definirlo in altro modo se non una gogna mediatica spaventosa. Quello che mi dispiace, ripeto, è l'assenza totale di ogni tipo di dissociazione dei vertici da queste frange più violente, da questi hooligan da tastiera. Che, quasi, diventano il braccio armato di quella comunicazione reale, che si presenta con il volto moderato e sorridente di Luigi Di Maio.

Hai usato parole molto dure quando hai definito il M5s addirittura come un apripista del fascismo.
È una certezza che si è mostrata davanti ai miei occhi e, credo, a quelli di molti italiani. Mi ha sempre colpito una frase che Beppe Grillo pronunciava qualche anno fa dal palco: se in Italia i fascismi non ci sono e non ci saranno è perché il M5s sta facendo da argine a questa rabbia sociale, dandole uno sfogo sano e genuino, con parole di pace che stemperano la violenza. Con il senno di poi, oggi quelle parole suonano spaventose, perché è esattamente avvenuto il contrario. In questi mesi abbiamo visto un Movimento che non solo non è riuscito ad essere argine, ma è stato addirittura leva del peggior fascio-populismo, della peggior destra del pianeta, quella che fa riferimento a Trump, a Bolsonaro, alla Le Pen.

Forse una parte dell'elettorato sta comprendendo questo aspetto, visto che il M5s sta calando nei sondaggi. Dall'altra parte, invece, la Lega è in crescita.
Vedo un M5s molto in difficoltà, al di là dei sondaggi che lo lasciano intravedere solo in parte. Tutte le promesse elettorali e gli slogan, utilizzati in questi anni per creare il consenso, si stanno scontrando con l'esperienza di governo e la necessità di fare i conti con la realtà. Lo stiamo vedendo sulle grandi opere, su tutti i no diventati sì, sull'Ilva che sarebbe dovuta diventare uno splendido parco turistico. Questo succede quando non si ha una cultura chiara e un'idea politica precisa, e ci si muove sull'onda del più bieco populismo. Se qualcosa mi porta consenso io la dico, senza preoccuparmi se si possa fare, se le mie promesse si possano mantenere. Quando tutti questi nodi verranno al pettine ne beneficerà la Lega, che furbescamente sta fagocitando il M5s, sta prendendo i voti della protesta ed estremizzandoli con toni ancora più violenti. Strizzando l'occhiolino, dall'altra parte, al centrodestra, che rimane sempre un'alternativa a disposizione di Matteo Salvini, e che credo che utilizzerà in un futuro non lontano.