19 maggio 2019
Aggiornato 18:30
Maltempo

Mercalli: «Come (e perché) sta cambiando il nostro clima»

Il meteorologo commenta al DiariodelWeb.it i drammatici fenomeni atmosferici degli ultimi giorni: «Ci spaventano gli uragani, ma il vero problema è il caldo»

Luca Mercalli, meteorologo, analizzando i fenomeni atmosferici di quest'ultimo periodo si è puntato molto l'attenzione sull'abusivismo edilizio e sul dissesto del territorio. Ma si è trascurato di sottolineare la loro natura anomala, e probabilmente anch'essa provocata dall'uomo. Qual è il suo punto di vista?
Dipende. È molto difficile stabilire quanta parte abbiamo in questi fenomeni. Abbiamo sicuramente dati certi sull'aumento delle temperature, che sono il vero segnale di cambiamento climatico, ma questi fenomeni di tempesta e di piogge intense ci sono sempre stati nella nostra storia. Il cambiamento climatico, semmai, si sovrappone, e può darsi che li renda più intensi, ma non sappiamo di quanto. È molto più difficile da determinare, e non è che l'episodio del Veneto sia da attribuire tutto al cambiamento globale.

Ma episodi del genere stanno diventando più frequenti di un tempo, oppure è solo un'impressione? Perché in questo periodo capita sempre più spesso di vederli sui giornali o in televisione.
Attenzione: noi soltanto da pochi anni siamo sottoposti a un bombardamento di informazioni su tutti i fenomeni meteorologici intensi che accadono nel mondo. Questo non era mai successo prima. Praticamente fino alla nascita dei giornali possiamo ricostruire la storia del clima solo attraverso cronache casuali. E non abbiamo una certezza di quanti fenomeni si verificassero in passato, così da poter fare un confronto con oggi. Come le dicevo, giudicare il cambiamento climatico attraverso i fenomeni di pioggia estrema, o di vento, o di uragani, è estremamente complesso. Questo è il sintomo sbagliato da guardare: quello corretto è il caldo, l'aumento di temperatura. Infatti si parla di riscaldamento globale.

Però si presta attenzione ai fenomeni che ci preoccupano di più in maniera immediata.
Sono più evidenti e ci colpiscono per la violenza e le vittime. Ma dietro c'è la mano del clima, quella dell'abusivismo, dell'aumento delle infrastrutture: tutti questi elementi confondono il quadro complessivo. Ora che tutto è perfettamente misurato, si può tenerne conto: è ovvio che, se nei prossimi decenni, la frequenza aumenterà, lo vedremo subito. Ma, per il momento, è difficile dirlo. Pensi a come è cambiato il rischio sul territorio, rispetto a duecento anni fa: oggi ci sono tantissimi oggetti da distruggere, dalle reti elettriche e telefoniche ai gasdotti e agli oleodotti, fino ai porti militari e commerciali, alle autostrade e alle ferrovie.

Anche a parità di violenza, si verificano molti più danni.
E questi danni rientrano nelle cronache. Inoltre, per il passato spesso mancano i dati. Le faccio un esempio sulle velocità del vento: quelle registrate sulle Dolomiti, fino a 200 km/h, sono state misurate da una stazione automatica sulla vetta delle montagne. Queste stazioni le abbiamo da soli trent'anni. Quindi non siamo in grado di sapere cosa è cambiato nella struttura del vento.

Abbiamo delle statistiche troppo limitate, dunque?
Troppo brevi. Le abbiamo nelle grandi città, dove arriviamo ad avere anche duecento anni di dati, ma in quel caso non c'è stato il fenomeno. Non abbiamo avuto 200 km/h di vento a Padova.

Per fortuna...
Altrimenti non ci sarebbe più la città!

Questo discorso mi ricorda l'approccio alla questione da parte dell'opinione pubblica e anche della politica, che non riesce ad essere lungimirante. Quando si verifica un evento drammatico la si pone come priorità, salvo poi dimenticarsene immediatamente dopo.
Proprio così, questa è la dinamica tipica. Io faccio da trent'anni questo lavoro e potrei ripeterle la stessa intervista che davo per l'alluvione del 1994. Avevo detto le stesse cose e non è cambiato assolutamente nulla, se non che è migliorato l'apparato di protezione civile. Dobbiamo ancora fare molto a livello politico perché questi argomenti diventino una prassi normale della legislazione giorno per giorno, non soltanto quando c'è un'emergenza.

Se dovesse dettare un'agenda alla politica per affrontare il problema climatico, cosa suggerirebbe?
La cosa curiosa è che l'agenda è già pronta: l'Onu ce la sta ribadendo in tutte le salse, ma perfino la stessa politica italiana ne è consapevole. Il programma del ministro dell'Ambiente in carica, Sergio Costa, è assolutamente in linea con queste priorità. Il problema sta nelle contraddizioni: bisognerebbe riuscire a realizzarlo non a margine delle altre scelte economiche tradizionali, ma in completa sostituzione. Questo manca. È come se un medico ci prescrivesse una dieta: non si può farla a giorni alterni.

Altrimenti non serve a niente. Ma è una percezione sbagliata quella che l'ecologia sia in contrasto con lo sviluppo economico?
La situazione di oggi è diventata così grave che bisognerà per forza compiere delle rinunce. Se si fosse agito trent'anni fa, probabilmente avremmo potuto armonizzare uno sviluppo diverso, senza dover arrivare oggi ad adottare la cura più cattiva. Proprio come nell'esempio della dieta: se non la si è rispettata quando sarebbe bastato togliere solo qualche etto di pane, oggi si è costretti mangiare solo più zucchine bollite. Ora siamo in forte ritardo, ma il danno ambientale è già in atto, quindi bisogna fare uno sforzo maggiore.

Ma è possibile trovare una soluzione che apra dei nuovi orizzonti industriali?
Temporaneamente sì: si può spostare sulle energie rinnovabili la produzione che oggi è basata sul fossile. L'economia continuerebbe come prima e si cambierebbe semplicemente le tasche in cui finiscono i soldi: da questo punto di vista sarebbe solo una transizione. Ma sul lungo periodo non è pensabile mantenere questi livelli di crescita materiale, semplicemente perché il pianeta non è in grado di sostenerla.

Parliamo della famosa decrescita felice?
Togliamo gli aspetti sociologici ed ideologici e manteniamo solo quelli fisici. In un pianeta dalle dimensioni finite è impossibile una crescita infinita: punto. La chiami come vuole, ma o ci adeguiamo alle leggi fisiche o quelle ci fanno fuori.

L'aspetto curioso è questo governo con un occhio sembra guardare in questa direzione, ma con l'altra no.
Come dicevo, il programma del ministro dell'Ambiente è perfetto, ma totalmente in contrasto con gli altri ministeri.

Prima ancora di un cambio di paradigma ecologico, ne serve uno economico, insomma.
Sicuramente sì.

Altrimenti facciamo tutti una brutta fine.
Soprattutto i nostri figli e nipoti.