13 novembre 2018
Aggiornato 08:30

La Procura di Roma ha chiesto una condanna a 10 mesi per Virginia Raggi. Dimissioni sì o no?

La prima cittadina è accusata di falso per la nomina di Renato Marra al dipartimento turismo. Per i pm mentì perché in base al codice etico M5s avrebbe dovuto dimettersi
La sindaca di Roma Virginia Raggi
La sindaca di Roma Virginia Raggi (ANSA)

ROMA - La Procura di Roma ha chiesto una condanna a 10 mesi per la sindaca capitolina, Virginia Raggi. La prima cittadina è accusata di falso per la nomina di Renato Marra, fratello del suo ex braccio destro Raffaele, al dipartimento turismo. Promozione che avrebbe comportato per l’ex comandante dei vigili urbani un incremento di stipendio da 20 mila euro. La Raggi, secondo l’aggiunto Paolo Ielo e il pm Francesco Dall’Olio, affermando di aver deciso la promozione senza intromissioni esterne avrebbe mentito all’Anticorruzione del Comune. Sarebbe stato Raffaele Marra - sostiene l’accusa - a gestire la nomina del proprio fratello e non Raggi, come dimostrerebbero i messaggi scambiati tra i due, in cui la sindaca si mostra incredula per l’aumento di stipendio. «Ci sono molti elementi per una condanna. Non c’è mai stato un processo per falso con una messa di prove così evidenti», ha detto il procuratore aggiunto Ielo motivando la richiesta di condanna. «E’ un processo con molti pesi, ma dobbiamo avere il limite della legge e la responsabilità di applicarla in modo uguale per tutti», ha aggiunto Ielo. 

Le parole dei pm Ielo e Dall'Olio
Secondo Ielo e Dall’Olio, un doppio movente avrebbe spinto Raggi a dichiarare il falso. Il primo è che nel dicembre del 2016, quando cioè la sindaca dichiarò il presunto falso, vigeva il vecchio codice etico del M5S che prevedeva per chiunque fosse sottoposto ad indagini l’obbligo di rassegnare le dimissioni. E quindi, ha spiegato l’aggiunto Ielo, «se la Raggi avesse detto la verità e avesse riconosciuto il ruolo di Raffaele Marra nella scelta del fratello, l’apertura di un procedimento penale a suo carico sarebbe stata assai probabile» comportandone immediatamente la decadenza da sindaca. Il secondo movente, invece, riguarda l’intenzione della Raggi di difendere il suo ex braccio destro Raffaele Marra perché - ha continuato il magistrato - «era l’uomo che faceva girare la macchina del Campidoglio e per questo andava protetto» . «In questa realtà Marra ci mette la manina, anzi no, la manona» rincara la dose il pm Dall’Olio.

La replica della Raggi alle parole della Raineri
«Come sapete sono stata condannata, ho una sola parola, rispetto le regole del M5S e mi dimetto». Così Virginia Raggi annuncia, secca, ai cronisti che la aspettano a casa. E subito posta un video sui social: «Ragazzi, sapete come la penso: sono innocente, ma non resterei un minuto di più». La sindaca capitolina non può che scagliarsi contro la testimonianza di Carla Romana Raineri: «A me è sembrata surreale, perché ci siamo trovati a parlare di rapporti a tratti simili a gossip, per essere supportati da voci corridoio, avvenuti ad agosto 2016 quando il falso contestato risale a dicembre 2016» ha detto rispetto alle dichiarazioni del suo ex capo di Gabinetto. «Non replicai alle interviste della Raineri perché sono il sindaco e non credo di dovere dare corso a ulteriori gossip ma questo gossip ora entra nel processo e mi trovo costretta a fare delle precisazioni. Sono state dette cose palesemente contrarie al vero». «Stavano in tre in una stanza a porte chiuse, per riunioni inaccessibili a tutti se non all’allora vice sindaco Daniele Frongia – ha detto in aula Carla Raineri – Marra aveva un fortissimo ascendente sulla sindaca. Erano stati coniati vari epiteti per Marra, eminenza grigia, Richelieu, sottolineando la debolezza della sindaca come quella della zarina ai tempi di Rasputin. Chiunque si fosse messo di traverso rispetto alle loro ambizioni faceva una brutta fine. Penso a me, quando dissi che intendevo sostituire Marra con un generale dei Carabinieri nel ruolo di vice capo di gabinetto da lì a poco la sindaca si fece venire dubbi sulla mia nomina».

Codice etico M5s? Mai applicato
Ora il Movimento capitolino deve affrontare il nodo del suo codice etico. «Nella prassi esplicativa l'espulsione non fu mai applicata, sia per Pizzarotti sia per Nogarin. Pizzarotti fu sospeso per non aver comunicato le indagini a suo carico. Se fosse stato come sostiene il pm non mi sarebbe stata consentita nemmeno la candidatura. La prassi del codice etico era diversa» ha spiegato la sindaca di Roma. «Anche io durante la campagna elettorale ero indagata per un'inchiesta sulla Asl di Civitavecchia, poi archiviata. Se fosse stato applicato il codice non mi sarebbe stata consentita la candidatura. La prassi del codice etico era diversa», ha chiarito. Dal canto suo il capo politico del M5s Luigi Di Maio è stato chiaro: «Per quanto riguarda il sindaco di Roma, io non conosco l'esito del processo ma il nostro codice di comportamento parla chiaro e lo conoscete».