18 novembre 2018
Aggiornato 04:30

Il Vaticano ha speso 500 mln di lire fino al 1997 per «gestire» il caso di Emanuela Orlandi?

Era il 18 settembre 2017 quando la stampa pubblicò un documento, risalente al 1998, contenente le «spese sostenute dal Vaticano per le attività relative alla cittadina Emanuela Orlandi»
Pietro, il fratello di Emanuela Orlandi, con una immagine della sorella durante un sit-in in piazza San Pietro nel 2011
Pietro, il fratello di Emanuela Orlandi, con una immagine della sorella durante un sit-in in piazza San Pietro nel 2011 (ANSA)

ROMA - Era il 18 settembre di un anno fa. Un materiale «falso e ridicolo». Così il direttore della Sala Stampa Vaticana, Greg Burke, aveva commentato la pubblicazione da parte di alcuni quotidiani di un documento, risalente al 1998 e che sarebbe uscito dalla Santa Sede, con oggetto «Resoconto sommario delle spese sostenute dallo Stato Città del Vaticano per le attività relative alla cittadina Emanuela Orlandi (Roma 14 gennaio 1968)», che riporta un elenco di presunte spese (per quasi 500 milioni di vecchie lire) che il Vaticano avrebbe sostenuto fino al 1997 per gestire la vicenda legata alla ragazza sparita nel 1983. «Non ho mai visto quel documento, non ho mai ricevuto alcuna rendicontazione su eventuali spese effettuate per il caso di Emanuela Orlandi», aveva detto il cardinale Giovanni Battista Re.

«Allontanamento»?
Il nome del porporato era comparso, insieme a quello del cardinale Jean-Louis Tauran, tra i destinatari del documento. Re, all’epoca, era sostituto per gli Affari Generali della Segreteria di Stato e avrebbe ricevuto questo dossier da parte dell’APSA (l’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica), in cui si elencavano presunte spese per oltre 483 milioni di vecchie lire per «l’allontanamento» della ragazza. Sulla vicenda era intervenuta anche la famiglia di Emanuela: «Il muro sta cadendo», aveva scritto Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, su Facebook, mentre per l’avvocato Laura Sgrò, legale della famiglia Orlandi, «il documento esiste, c’è una convergenza da parte della stampa e c’è una convergenza con quanto sapeva Pietro Orlandi già dall’inizio di quest’anno: non possiamo pronunciarci sul fatto che questo documento sia vero o sia falso, ma certamente è verosimile perché fa riferimento a degli elementi molto precisi».

Del documento non si è saputo più nulla
«Se il documento è vero - aveva proseguito il legale - si tratta di un fatto molto grave; se non è vero, è altrettanto grave che un documento di tale portata fosse contenuto all’interno di una cassaforte della Prefettura per gli Affari Economici con quella data. Ma ci sono elementi molto precisi: una lettera indirizzata al cardinale Re e a al cardinale Tauran può essere verosimile perché in quel frangente rivestivano dei ruoli economici. Per questo la magistratura deve aprire un fascicolo e deve indagare». Sgrò infine aveva rivolto un appello indiretto a Papa Francesco: «Noi chiediamo verità, quella verità di cui parla tanto spesso il Santo Padre che, in passato, ha detto che non si negozia. La famiglia, dopo 34 anni, ha diritto a sapere cosa è successo a Emanuela».

Il fratello: «Ostacoli dalla Santa Sede»
Una vicenda intricatissima, per cui il fratello di Emanuela, Pietro, primo fra tutti ha sempre chiesto giustizia, denunciando gli «ostacoli» messi dalla Santa Sede per arrivare alla verità. In Procura c’è un'inchiesta, aperta da anni, che vede indagate 6 persone. «C’è la volontà di qualcuno di non arrivare alla verità: il Vaticano ha ostacolato le indagini, senza rispondere alle rogatorie ed impedendo l’acquisizione di alcune telefonate. Da Papa Francesco, che abita a 100 metri da casa di mamma, mi sarei aspettato un chiarimento ulteriore dopo quel primo breve incontro, 10 giorni dalla sua elezione, in cui ci disse ‘Emanuela stava in cielo’. Avrei preferito approfondire l’argomento per avere spiegazioni. Ma il nome di Emanuela Orlandi è un tabù».