16 novembre 2018
Aggiornato 16:30

Le Iene entrano nell'ex fabbrica di penicillina occupata da migranti e tossici in cui è stato arrestato uno dei presunti assassini di Desirée

Con una telecamera nascosta e l'aiuto di un complice le Iene sono entrate nell'ormai celebre ex fabbrica della penicillina di Roma, dove è stato arrestato il terzo presunto stupratore e assassino di Desirée Mariottini​​​​​​​

ROMA - Con una telecamera nascosta e l'aiuto di un complice le Iene sono entrate nell'ormai celebre ex fabbrica della penicillina di Roma, dove è stato arrestato il terzo presunto stupratore e assassino di Desirée Mariottini. Era convinto che in quel buco d’inferno, mischiato a oltre 600 tra tossici, migranti e sbandati, nessuno l’avrebbe mai trovato. Ma gli inquirenti sono arrivati a stanarlo anche lì, in quel manifesto della vergogna romana che è l’ex fabbrica lungo via Tiburtina. Alinno Chima, ne sono convinti gli inquirenti, sarebbe il terzo uomo del branco che due giorni fa ha drogato, violentato e ucciso la 16enne Desireè.

Drogata e violentata dal branco
La ragazza, stordita intenzionalmente da un mix di droghe e morta probabilmente per soffocamento, sarebbe stata violentata da un gruppo di almeno 7-8 persone. Era giunta in quella casa occupata di San Lorenzo da Cisterna di Latina, forse per acquistare sostanze stupefacenti, di cui è ormai certo facesse uso. Un’area, quella dove è stato ritrovato il suo cadavere, che garantiva piena impunità e libertà d’azione. Si parla infatti di una vera e propria centrale di spaccio, forse gestita dalla camorra, e «tenuta» da numerosi pusher d’origine africana. La stessa impunità che si deve essere respirata nell’ex fabbrica, se il nigeriano Alinno Chima, che viveva lì, l’ha scelta anche come luogo della sua latitanza.

Inaugurato da Fleming in persona, poi il «gran ghetto» di Roma
La storia della fabbrica di penicillina, inaugurata negli anni ’50 da Alexander Fleming in persona, è la storia di un fallimento. Dal 1990, anno in cui termina ogni attività produttiva, giace abbandonato a se stessa. Oggi di quell’area di oltre 35mila metri quadrati rimangono solo pallidi ricordi, come le voci dei quasi 1300 operai degli anni ’60 e il sogno di realizzare un grande albergo di lusso da oltre 400 camere. Da luogo di speranza, diventa presto ricettacolo di schifo. E’ il «gran ghetto» romano, dove si può trovare davvero di tutto. Dal vicino quartiere San Basilio, una delle piazze di spaccio più attive della capitale, la droga invade rapidamente l’area. Il risultato è un continuo viavai di estranei: drogati e piccoli spacciatori, prostitute e papponi, senzatetto e sbandati in fuga. Al suo interno, tra capannoni zeppi di amianto, c’è chi cerca di regalarsi una parentesi di normalità. Alcuni si ritagliano in un angolo una stanzetta privata, altri mettono in piedi vere e proprie camerate organizzate per nazionalità. Altri, infine, puntano a creare casa e bottega, aprendo piccoli commerci al dettaglio. Tutto nella più totale illegalità. E impunità.

Nessuno sa che fare con l'«ecomostro della Tiburtina»
Una «città perduta» ormai irrecuperabile, perché al centro di un durissimo braccio di ferro. L’area privata, infatti, è stata oggetto di sequestro penale ed oggi risulta sotto custodia giudiziaria da parte della polizia locale. I vecchi proprietari vorrebbero vendere, ma senza bonifica e messa in sicurezza è impresa davvero impossibile per chiunque. Un contenzioso che blocca di fatto anche ogni possibile iniziativa delle istituzioni pubbliche. Nel mezzo, tutti gli altri. A partire dai sindacati e dalle cooperative sociali, che vorrebbero riqualificare per dare una risposta all’incredibile emergenza abitativa romana. Fino ai cittadini, che temono un disastro ambientale in caso di un incendio di vaste proporzioni, tra residui chimici dello stabilimento e rifiuti speciali di ogni genere. E in attesa che la matassa si sbrogli, «l’ecomostro della Tiburtina» continua a essere, incredibilmente, una casa accogliente per tutti quelli che, al calar del sole (e sono centinaia gli uomini e le donne), vi fanno ritorno.