16 dicembre 2018
Aggiornato 17:30

Dopo Porta a Porta il Pd spinge Renzi a portare Di Maio in tribunale

Nel mirino della deputata Alessia Morani una frase in particolare contro l'ex premier del Partito Democratico: quel «capitali mafiosi...»

Luigi Di Maio negli studi di Porta a Porta
Luigi Di Maio negli studi di Porta a Porta (ANSA)

ROMA - «Questo testo contiene un condono, uno scudo fiscale alla Renzi, come quelli che faceva Renzi e quindi non lo voterò». Poi, negli studi di Porta a Porta, il vicepremier Luigi Di Maio ha parlato di chiaramente di rientro dall'estero di capitali mafiosi. Ed è qui che il Partito Democratico è insorto. In prima linea la deputata dem Alessia Morani che su Facebook è partita al contrattacco: «La sceneggiata andata in onda ieri sera nel salotto di Vespa era delle peggiori: un vicepresidente del Consiglio in stato confusionale, che finge di non aver letto un decreto del governo che rappresenta ai massimi livelli, che minaccia di andare in procura, che vede manine e complotti ovunque e si agita disperato sulla sedia fino a dire la qualunque. Finchè arriva un comunicato del Quirinale che riporta alla realtà Di Maio: il decreto fiscale non è mai arrivato al Presidente della Repubblica. A questo punto viene da pensare che si tratti di un decreto che si autodistrugge come un messaggio di Telegram».

L'invito a Renzi: «Deve querelare Di Maio»
»Preso allora dalla disperazione» continua Alessia Morani nel suo attacco «Di Maio gioca la carta che conosce meglio: la calunnia. E comincia a delirare su Renzi, accusandolo addirittura di avere fatto rientrare dall'estero capitali mafiosi. Una vergogna. Invece di prendersi le sue responsabilità getta fango su altri. Accusare Renzi e il nostro governo di aver avvantaggiato chi commette reati è qualcosa che va oltre l'evidente disperazione dell'ex ragazzo che si riempiva la bocca con il grido onestà. È qualcosa che va denunciato subito: Renzi lo deve fare, deve immediatamente sporgere querela contro le parole diffamanti di Di Maio sul suo operato, su quello del nostro governo, tutelando se stesso e il Pd e segnando la differenza col movimento dei voltagabbana».

Di Maio e gli attacchi dei 'poteri forti'
In realtà nel mirino del vicepremier Di Maio non c'è alcun dito puntato contro nessuno. Nemmeno contro quello che per il giornali (di sinistra) è il 'sospettato numero uno', il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti: «Non mi permetterei mai» di accusarlo, ha spiegato. E «anche se ci fossero responsabilità della parte tecnica non mi perfmetterei mai di indicare nessuno fino a che non ci sarà la conclusione delle indagini. Abbiamo avvertito palazzo Chigi, che si premurerà di avvertire il Colle». Una cosa però, per Di Maio, è certa: «In questo governo stanno avvenendo tante cose inedite, tra cui tanti giochini. Non ci siamo fatti molti amici in questi anni, quindi ci sta che qualcuno provi a metterci lo sgambetto».