23 settembre 2018
Aggiornato 04:00

E ora i migranti denunciano Salvini: «Per me sono medaglie»

Quarantadue degli uomini sbarcati dalla nave Diciotti intendono costituirsi parte civile nel processo contro il ministro dell'Interno per «detenzione illegittima»
Matteo Salvini parlando ai circa cittadini del quartiere Libertà di Bari
Matteo Salvini parlando ai circa cittadini del quartiere Libertà di Bari (Annamaria Loconsole | ANSA)

ROMA – Sull'inchiesta per presunto sequestro di persona aperta dalla procura di Catania nei confronti di Matteo Salvini mettono un ulteriore carico gli stessi migranti della nave Diciotti. Alcuni degli uomini che erano a bordo dell'imbarcazione, infatti, sarebbero pronti a denunciare il ministro dell'Interno: «42 migranti sono pronti a costituirsi parte civile nel processo penale contro Salvini e a presentare una richiesta di risarcimento danni per detenzione illegittima a bordo della nave», ha dichiarato Giovanna Cavallo, che fa parte dei legali dell'organizzazione Baobab, nel corso di una conferenza stampa che si è tenuta a Roma: «I migranti hanno presentato delega ai legali che collaborano con Baobab per valutare se ci sono gli estremi per costituirsi parte civile al processo penale e per una denuncia civile per detenzione illegittima a bordo della nave». Pronta è arrivata la replica del diretto interessato, il vicepremier Salvini, che ha risposto: «42 presunti profughi pronti a denunciarmi. Per me sono altre 42 medaglie! La pacchia è finita!».

Fuga in autobus
L'associazione che ha reso pubblica la denuncia, la Baobab, oltretutto è la stessa che ha rivelato di aver aiutato i migranti a scappare in pullman dal centro di accoglienza a Rocca di Papa dove erano stati accolti. «Sì, abbiamo accompagnato 48 eritrei sbarcati dalla nave della guardia costiera Diciotti, tutti già identificati dalla questura, al campo della Croce Rossa di Ventimiglia per loro volere, tra loro c'erano anche donne e bambini»: lo ribadisce nero su bianco l'associazione Baobab experience. Una presa di posizione «per rispondere alla gogna mediatica, alla nuova Inquisizione social ma anche a tanti sostenitori che ce lo stanno chiedendo».

Via dall'Italia
I migranti della Diciotti che hanno accompagnato a Ventimiglia sono «persone fragili, provate dal viaggio e dalle torture nei centri di detenzione libici, che abbiamo scelto di proteggere dalla crescente pressione dei media, dalle manifestazioni xenofobe e dal rischio della violenza neofascista». E «non vogliono restare in Italia, per loro è solo un Paese di transito e in questo momento a forte rischio di violenza xenofoba: proprio due giorni fa, l'Onu ha annunciato l'invio di ispettori per minacce concrete all'incolumità dei migranti e dei rifugiati nel nostro Paese. Certi dei nostri valori di solidarietà, facciamo parte della grande rete di protezione umanitaria attorno a queste donne e questi uomini, siamo complici delle loro speranze e continueremo la nostra missione – continua l'associazione, aggiungendo – È una missione difficile, in cui le speranze di una vita migliore, di pace, di un nuovo inizio, si scontrano con la drammatica realtà: l'assenza di politiche di accoglienza strutturate e coordinate (ma soprattutto umane) in Europa e un clima di rifiuto, di osteggiamento e di negazionismo di fronte a ciò che sta accadendo alle nostre frontiere, in Libia, nel Mediterraneo, sulla rotta balcanica. Violazioni dei diritti, torture, un'ecatombe di cui un giorno la storia stamperà a chiare lettere i nomi dei responsabili. Non ci interessano le provocazioni, non ci interessa questo circo della disinformazione a colpi di fake news, e casi mediatici depistanti dai problemi reali, vorremmo solo – concludono i volontari – che in questo Paese si tornasse ad avere rispetto per le persone, tutte, a maggior ragione le più fragili, quelle in difficoltà e quelle che, ogni giorno, tendono loro una mano».