7 dicembre 2019
Aggiornato 12:00
Governo

«Noi non stiamo con Salvini»: sì, Rolling Stone preferisce Renzi

La rivista musicale che si è schierata contro il ministro dell'Interno, solo un paio d'anni fa, dedicava un'entusiastica copertina al leader del Partito democratico

A sinistra, la copertina di Rolling Stone dedicata a Matteo Renzi. A destra, quella contro Matteo Salvini
A sinistra, la copertina di Rolling Stone dedicata a Matteo Renzi. A destra, quella contro Matteo Salvini ANSA

ROMA – Se Rolling Stone avesse semplicemente lanciato la sua campagna di stampa contro Matteo Salvini, al limite si sarebbe potuto dissentire nel merito, ma nulla avremmo avuto da ridire sulla legittimità. Qualsiasi testata giornalistica, anche se normalmente si occupa solo di musica, ha il pieno diritto di esprimere le proprie idee, fino in fondo, e dobbiamo riconoscerglielo anche quando non le condividiamo. Ma l'operazione condotta in questo caso è stata molto più subdola: quando spari in copertina la scritta «Da adesso chi tace è complice», stai a tutti gli effetti impartendo una lezione morale ai tuoi lettori. E, quando vuoi indossare i panni del moralizzatore, devi prima essere sicuro di possedere la credibilità per farlo.

Marketing e multinazionali discografiche
«Rolling Stone – si legge nell'editoriale di apertura del numero in edicola – sin dalla sua fondazione, 50 anni fa, significa impegno nella vita politica e sociale, lotta al fianco degli ultimi e coraggio nel dire sempre da che parte sta. Dobbiamo opporci a chi ci porta indietro, a chi ci costringe a diventare conservatori». Chi non avesse mai sfogliato questo mensile negli ultimi anni potrebbe credere di trovarsi di fronte a una specie di periodico sovversivo, rivoluzionario, antisistema. Invece a pubblicare queste parole è lo stesso giornale che non ha esitato a piazzare in copertina Sfera Ebbasta, i The Kolors, Fabri Fibra, Fedez, Calcutta, insomma tutti i fenomeni del momento, imposti dalle logiche di marketing delle grandi multinazionali discografiche. Salvo poi riscoprirsi oggi improvvisamente libero, indipendente, addirittura controcorrente.

Che nostalgia del vecchio governo...
Ma Rolling Stone non è solo la rivista delle grandi major, è anche quella che il 28 ottobre 2016 dedicò un entusiastico servizio di apertura a Matteo Renzi, con tanto di copertina con il titolo «The Young Pop». Nei confronti dell'allora presidente del Consiglio, nell'occasione, riservò toni decisamente più concilianti rispetto a quelli scelti per Salvini: «Renzi ha fatto della comunicazione e dell’ormai inflazionato storytelling il suo principale strumento politico» e ancora «Da un punto di vista mediatico, il suo ruolo ha più di un tratto in comune con ciò che intendiamo con la parola star». In quel caso non fu presa nessuna «posizione chiara», non fu pronunciato nessun «Not in my name»: si sbrodolò solo l'ennesimo ritratto agiografico, l'ennesima esaltazione del potente di turno. Manco Rolling Stone fosse diventato l'house organ del Partito democratico. C'è da dire che un buon motivo di gratitudine nei confronti del governo in carica, il direttore Massimo Coppola in effetti ce l'aveva: pochi mesi prima, esattamente il 17 marzo, aveva infatti rassegnato le dimissioni dal mensile, per ricevere la prestigiosa nomina a consulente per le strategie editoriali alle dipendenze del direttore generale della Rai, all'epoca appunto targato Pd (Antonio Campo Dall'Orto). È tornato nel suo ruolo di direttore editoriale della casa editrice solo lo scorso 25 giugno, ovvero pochi giorni prima che andasse in stampa il numero intitolato «Noi non stiamo con Salvini». Ecco, forse non ci serve un grande sforzo di fantasia per capire con chi stanno Massimo Coppola e Rolling Stone. E forse non è un caso se il loro appello non è stato rivolto contro un'idea, una proposta di legge, una specifica posizione, ma direttamente contro una persona, un cattivo di turno, un bersaglio da abbattere: Matteo Salvini. «Non vogliamo che il nostro Paese debba trovare un nemico per sentirsi forte e unito», si legge nell'ultimo editoriale. Quando però il nemico ci permette di rafforzare e di unire i nostri lettori, e di farci vendere più copie, allora lo si trova sempre più volentieri.

Chi aderisce e chi no
Ci permettiamo malignamente di sospettare, insomma, che l'editore abbia richiamato Coppola proprio nel tentativo di risollevare le vendite, e che questo manifesto politico non sia in realtà che una trovata commerciale per uscire dall'ombra in cui la rivista era sprofondata. Una trovata che si è rivelata non solo ipocrita e inopportuna, ma anche piuttosto maldestra, perché (forse per la fretta dovuta ai pochi giorni trascorsi tra il suo ritorno alla direzione e la pubblicazione del numero) si è scoperto che molti personaggi erano stati elencati come firmatari del manifesto pur senza avere mai dato il loro consenso: Enrico Mentana, Alessandro Robecchi, Gipi, Zerocalcare, Valentina Petrini, Michele Serra, Fiorella Mannoia... Quanto a quelli che hanno aderito per davvero, che dire: evidentemente gli antisalviniani erano gelosi dell'appoggio al governo dato da figure del calibro di Rita Pavone o Jerry Calà e hanno pensato bene di rispondere schierando esponenti della stessa caratura artistica, come Emma Marrone, i Negramaro, Tommaso Paradiso o Francesca Michielin.
Ci perdoni queste poche righe di critica, caro direttor Massimo Coppola. Lo sappiamo che non è mai simpatico parlar male dei colleghi ma, visto il successo ottenuto dalla sua iniziativa, stavolta non potevamo proprio esimerci dal farlo. D'altra parte, «chi tace è complice», no?