21 settembre 2019
Aggiornato 06:30
Immigrazione

Chi li deve salvare: Malta o l'Italia (o qualcun altro)?

Parla il prof. Mario Savino, esperto di Diritto internazionale e dell'immigrazione

STRASBURGO - La vicenda della nave "Aquarius" ha messo in luce "una lacuna del diritto internazionale": è chiaro che le autorità nazionali (in questo caso italiane) di coordinamento delle attività di ricerca e soccorso sono responsabili per l'indicazione del porto di sbarco dei migranti recuperati in mare, ed è chiaro che deve trattarsi di un "porto sicuro"; ma non è detto che debba essere anche il porto "più vicino». E non è detto che debba essere per forza un porto italiano, ovvero dello stesso Paese che coordina le ricerche. Lo ha spiegato ad Askanews il professor Mario Savino, docente di Diritto amministrativo all'Università della Tuscia e specialista di Diritto internazionale e diritto dell'immigrazione. Tutto dipende, in ultima analisi, secondo Savino, da quanto sia grave la situazione di "distress" (sofferenza) sulla nave, ovvero da quanto siano vicine all'esaurimento le riserve d'acqua e di cibo a bordo e quanto siano a rischio le condizioni di salute dei migranti.

Quando scatta la regola del "porto più vicino"
In sostanza, se vi sono controversie, come nel caso dell'Aquarius, con il Paese indicato per lo sbarco (Malta) che rifiuta di mettere a disposizione i propri porti, le autorità di coordinamento hanno la responsabilità di indicare un altro "porto sicuro"; ma se continuano a vedersi opporre un rifiuto di sbarco anche negli altri porti proposti, arriva un momento in cui, aggravandosi la situazione a bordo, diventa prioritario soccorrere i migranti in "distress». E quindi prevale, in questo caso, il criterio del porto "più vicino". 

La lacuna nel Diritto internazionale
"E' chiara la responsabilità italiana, perché l'Italia a differenza di Malta ha una responsabilità specifica come centrale operativa di coordinamento del soccorso marittimo, mentre Malta non ha le capacità operative e ha capacità di accoglienza molto limitate». Ma ci sono - ha spiegato Savino - diverse interpretazioni per quanto riguarda l'applicazione del Diritto internazionale, nel caso specifico la Convenzione di Amburgo sulle attività di ricerca e soccorso marittimo. Alcuni dicono che imponga alle autorità di coordinamento di trovare il porto sicuro più vicino per far sbaracare le persone soccorse in mare, ma in realtà c'è una lacuna su questo punto. Perché se la Convenzione è molto precisa sulle responsabilità delle autorità di coordinamento riguardo all'individuazione del porto sicuro per lo sbarco, non è chiara invece sul fatto che debba trattarsi anche del porto più vicino, e la vicenda dell'Aquarius sta mettendo a nudo questa lacuna.

Quale discrezionalità?
E anche le linee guida del'Alto Commissariato Onu per i Rifugiati (Unhcr) non chiariscono questo punto, ha aggiunto Savino, secondo cui dunque "c'è un margine di discrezionalità per lo Stato che assicura il coordinamento" nell'indicare il porto di sbarco. Certo, man mano che si aggravano le condizioni a bordo (il "distress" appunto) e diventa sempre più urgente sbarcare le persone, "le condizioni emergenziali erodono quel margine di discrezionalità e lo Stato di coordinamento è alla fine costretto ad accettare lo sbarco nel porto più vicino".