17 agosto 2018
Aggiornato 01:30

«Bloccare gli arrivi è inverosimile»: così il viceministro degli Esteri Giro prova a smontare la teoria di Salvini

In una intervista ad Askanews il viceministro degli Esteri Mario Giro spiega perché bloccare gli arrivi è "inverosimile"
Uno sbarco di migranti sulle coste italiane
Uno sbarco di migranti sulle coste italiane (ANSA/MIKE PALAZZOTTO)

ROMA - Annunciare blocchi degli arrivi dei migranti è "inverosimile». E se con la Libia il lavoro fatto "sta dando i suoi frutti», la soluzione può solo venire da una «seria negoziazione con gli africani». Così il viceministro degli Esteri Mario Giro fotografa il quadro di quanto fatto e di quanto resta da fare sulla questione migranti. Giunto all’ultimo miglio del suo mandato svolto con i governi Renzi e Gentiloni - e concentrato sull’Africa proprio come inizio e possibile soluzione – in una intervista ad Askanews Giro ha illustrato una situazione libica certo migliorata, ma ancora molto complessa: «E’ a pelle di leopardo, la Libia. Però tutto il lavoro sotterraneo fatto dall’Italia è quello di tenere tutti i soggetti che controllano pezzi del territorio calmi nel loro pezzo, in attesa che si crei il momento magico della ripresa del negoziato che già ci fu. Che noi auspichiamo».

"II lavoro fatto in Libia ha dato i suoi frutti"
La situazione reale sul calo degli sbarchi non è così netta: da una parte il lavoro fatto in Libia ha dato i suoi frutti, prima di tutto per la Libia stessa, spiega, perché era diventato un Paese senza stato, lo è, e quindi è una porta aperta. D’altra parte stanno dando frutto gli accordi e anche il negoziato continuo che c’è con i Paesi d’origine di questi migranti e con i Paesi di transito diversi dalla Libia, come il Niger per esempio. "E’ tutta una costruzione che nasce molto più a Sud della Libia e non è solo una questione che riguarda la Libia. Noi riteniamo che la gestione delle migrazioni e dei flussi dipenda da una seria negoziazione insieme agli africani: non si può non farla. Quindi annunciare i blocchi è inverosimile e naturalmente dobbiamo seguire anche quello che succede in Africa». In questo momento in Africa ci sono delle situazioni più stabili di prima: dobbiamo tenere conto che il Nord del Mali ha avuto dei problemi e li ha ancora, il Niger ha i suoi problemi meno gravi, c’è l’attacco del terrorismo sulla fascia saheliana. Tutto questo provoca degli spostamenti di popolazione e di conseguenza la gente si raduna in città. Ed è dalle città che decide l’avventura migratoria.

In atto un cambiamento antropologico
Poi c’è una cosa in più che bisogna capire, avverte il viceministro, che fa parte di un discorso "che non viene mai fatto": chi sono questi che migrano? "C’è una specie di rivoluzione dell’io che è avvenuta anche in Africa: i giovani decidono da soli. C’è un cambiamento antropologico in atto e con questi giovani noi dobbiamo lavorare». Non è più la migrazione come 10 o 20 anni fa basata sulle esigenze di povertà e sviluppo, questa è basata su esigenze diverse, anche di andare "all’avventura per cercare di strappare la mia parte delle opportunità che offre la globalizzazione».

Campi di concentramento?
Di fronte alla domanda se i migranti trattenuti siano concentrati in campi di raccolta che spesso sconfinano nella schiavitù, nel non rispetto dei diritti umani, Giro è chiaro: «Anch’io ho fatto queste critiche, le ho fatte dall’interno del governo, tant’è che il presidente del Consiglio si è pure arrabbiato, lo scorso agosto. Però effettivamente è un problema, noi non possiamo mettere solamente un muro ma (dobbiamo) pensare anche al futuro di questa gente, in particolare di quelli rimasti in Libia». Laddove c’è lo schiavismo, che era endemico nell’area perché non c’era lo stato, nei secoli passati. "Anche sotto Gheddafi non è che fosse molto meglio, ma adesso è fuori controllo». Quindi un conto - prosegue - è negoziare con il Niger, un conto con il Mali, con il Burkina Faso, con la Costa d’Avorio, il Senegal, la Nigeria, la Guinea, un conto è la Libia e questa gente che sta nei centri. "Da una parte abbiamo cercato di rispondere a questa esigenza di diritti umani, l’Italia non può non tenerne conto – qualunque governo non può non farlo – aiutando la gente che sta nei centri a non morirci». Quindi le ong ci sono andate: non tutte, perché non tutte sono d’accordo, "ma io sono dell’idea che comunque quel poco che si può fare si faccia. Poi però bisogna superare i centri svuotandoli".

25mila persone sono tornate nei Paesi d'origine
C’è stato l’accordo, preso ad Abidjan durante il vertice Unione Africana-Unione Europea, e in effetti oltre 25mila persone sono uscite dai centri per tornare nei Paesi d’origine. Ora, si stanno svuotando i centri: "Naturalmente non si sa quanti sono quelli illegali, noi stiamo svuotando quelli conosciuti ma ci sono anche quelli illegali. Poi (ci sono) soprattutto fenomeni di schiavitù e di vendita degli schiavi – abbiamo visto le immagini della Cnn – a sud, dove la situazione è molto più frastagliata e anarchica e dove comandano le milizie a volte senza leader, che sono a metà strada tra il terrorismo, il banditismo e il ‘trafficantismo’, e quindi sono dei soggetti difficili da gestire».

Situazione a macchia di leopardo
Gentiloni ha scritto come uno dei meriti del governo sia l’aver contribuito alla stabilizzazione della Libia: ma è una vera stabilizzazione? Che rapporti ci sono oggi tra il governo di al Sarraj che sta a Tripoli e per esempio il generale Haftar che sta in Cirenaica? «I rapporti non sono buoni, ma almeno entrambi hanno capito, soprattutto Haftar, che non possono pretender di illudersi di governare la Libia da soli». In questo momento la situazione è a metà strada, tra un accordo definitivo e la situazione anarchica di prima. Al Sarraj, Haftar e tutti gli altri 150 soggetti circa – militari o armati che ci sono – si sono ormai resi conto che non possono approfittare dell’anarchia per immaginarsi loro unici leader. "Bisogna che si mettano un giorno o l’altro intorno a un tavolo e intanto noi cerchiamo di tenere bassa la tensione, in modo che i libici possano continuare a vivere nelle loro città e non si crei l’onda dei libici che scappan"o. Ci sono delle situazioni difficili, come a Derna, ogni tanto a Tripoli ci sono degli attentati, Haftar è stato male, "il che non è buona notizia perché se Haftar scompare improvvisamente, chi prenderà il suo posto? E’ a pelle di leopardo, la Libia». Tutto il lavoro sotterraneo fatto dall’Italia è quello di tenere tutti i soggetti che controllano pezzi del territorio calmi nel loro pezzo, in attesa che si crei il "momento magico" della ripresa del negoziato che già ci fu. Che noi auspichiamo. In altre parole, tra l’anarchia e l’accordo, la ricostituzione dello Stato, "non è che non c’è niente da fare: si possono fare pezzettini e soprattutto tenere bassa la tensione».