15 novembre 2019
Aggiornato 22:00

Il regista Diana al DiariodelWeb.it: «Cosa farebbe Pertini nella crisi di oggi»

Parla il regista dell'ultimo film «Pertini - Il combattente», diretto con Giancarlo De Cataldo: «Immaginiamo che avrebbe trattato con Grillo, ligure come lui»

ROMAGiancarlo Diana, perché nel 2018 avete deciso di fare un film su Sandro Pertini?
Intanto la decisione non risale al 2018: io e Giancarlo De Cataldo pensavamo da tempo di raccontare il personaggio. Lui ha scritto anche un libro, strutturato in forma di dialogo con suo figlio. Insomma, il tentativo era quello di proporre la figura di Pertini alle generazioni più giovani.

Farlo conoscere a chi non lo ha conosciuto in prima persona.
A partire dal suo percorso esistenziale, politico, umano. Sappiamo tutti quanto sia deficitaria la scuola: è già tanto se si arriva alla prima Guerra mondiale... Significa non raccontare per niente un secolo importante, che ha impostato le ideologie che persistono ancora oggi: destra e sinistra, fascismo e antifascismo. È giusto ricordare chi ha fatto dell'antifascismo una stella polare della sua esistenza.

Addirittura all'epoca Pertini era considerato un populista: quasi un anticipatore dei grillini?
Anche questo punto lo abbiamo affrontato. Alcuni detrattori, anche molto noti come Montanelli, ne parlavano: nella nostra docu-fiction lo racconta Marcello Sorgi. All'indomani del terremoto fu Pertini a scagliare un'invettiva contro il governo, accusandolo di ritardi e inadempienze, e determinandone la caduta. Questo rappresentò una lacerazione del rapporto istituzionale: il presidente, fino a quel momento, era stata sempre una figura che calmierava. Pertini, invece, si rivolse direttamente al popolo, interpretandone bisogni e indignazioni.

Forse in lui si può trovare una radice comune tra Pd e M5s, che oggi tentano un difficile accordo di governo?
Anche loro si sono richiamati spesso e apertamente a lui, citandone frasi e messaggi. Non so questo Pertini come lo avrebbe preso: certamente lui chiamava a sé anche persone molto diverse, è sempre stata una persona che mirava al dialogo. Con Giancarlo abbiamo immaginato che avrebbe invitato Grillo, ligure come lui, a parlare, come all'epoca chiamava i ragazzi di Lotta continua: ce lo racconta Gad Lerner nel documentario.

Se fosse stato oggi incaricato di gestire la crisi politica, probabilmente li avrebbe fatti sedere tutti a un tavolo.
Secondo me sì, perché così condusse anche le sue consultazioni e le sue trattative. Fu una persona che credeva nel dialogo. Non dimentichiamoci che fece il suo primo viaggio internazionale in Germania: proprio lui, che aveva patito quindici anni di prigionia per il regime fascista, che aveva combattuto il nazifascismo, che aveva avuto un fratello morto nel campo di concentramento di Flossenburg. Però anche lì si rivolse direttamente al popolo tedesco, chiedendogli di superare le lacerazioni del passato e di essere vicino agli italiani, essendo in questo un uomo di pace, che superava pregiudizi e ideologie.

In un panorama odierno caratterizzato dal giovanilismo colpisce anche che lui fu il presidente della Repubblica più vecchio di tutti.
Fu il più vecchio e il più giovane: questo è un paradosso che spiega bene la sua fama, che dura ancora oggi. Aveva superato gli 80 anni ma aveva ancora uno spirito di gioventù. Che lo portò ad essere amato, ad esempio, da un giovane Andrea Pazienza, che lo scelse come suo avatar nelle tavole «Pert e Paz», dove il presidente era quello coraggioso e irruento e il disegnatore riservava per sé il ruolo del vigliacchetto. Le abbiamo inserite nel film perché ancora oggi fanno morire dalle risate.

Se a tutt'oggi Pertini è una delle figure che vanta ancora il gradimento maggiore è perché dopo non ci sono stati più punti di riferimento di quel genere o perché proprio la politica si è disfatta?
Probabilmente tutte e due, e una cosa teneva l'altra: quella politica era fatta da quelle persone. Era l'epoca di Berlinguer, La Malfa, Moro: oggi facciamo i conti con figure dalla diversa storia personale, statura, impegno. Lo stesso Pertini si fece quindici anni di carcere per le proprie idee, fu un attivista a più riprese, una persona dal coraggio proverbiale. Forse un po' quello stampo si è perso, certamente oggi la ribalta politica è occupata da personaggi di genere molto diverso. Di questo possiamo avere nostalgia: poi quando ricordiamo, come accade in questi giorni, il quarantennale del rapimento e dell'uccisione di Moro capiamo che nella prima Repubblica c'era anche un aspetto tragico che non va dimenticato.

Poi, con gli occhi della memoria, il passato appare sempre più bello.
Ma se pensiamo al momento in cui fu eletto Pertini, con un presidente andato via sull'orlo dell'impeachment, il rapimento e l'uccisione di Moro, la crisi energetica, il terrorismo, la disoccupazione, eravamo un Paese molto compromesso. Nell'arco del suo settennato passammo ad un'Italia molto diversa: certo, il superamento della crisi economica non dipendette da Pertini, ma in quegli anni difficili e destabilizzati, una figura di riferimento come la sua fu molto importante.

E poi con lui vincemmo i Mondiali di calcio, mentre quest'anno non ci siamo nemmeno qualificati...
Anche quelle nottate del 1982 restano indimenticabili. Infatti noi da quelle prendiamo le mosse per poi tornare indietro e fare una cavalcata di un'ottantina d'anni.