12 dicembre 2018
Aggiornato 08:30

Italia, una «democrazia omeopatica»: Di Maio, Salvini o Renzi non importa, comanda sempre la Germania

L'Ue detta l'agenda a chiunque sarà a capo del nuovo governo: taglio del debito, privatizzazioni, tasse e svalutazione del lavoro
La cancelliera tedesca Angela Merkel
La cancelliera tedesca Angela Merkel (EPA/FELIPE TRUEBA)

ROMA - Democrazia addio? Le elezioni ormai sono un siparietto teatrale, dove i partiti sono dei personaggi che interpretano una parte? Che assorbono il conflitto degli italiani in estenuanti, e inutili, battibecchi che nella sostanza generano appartenenza ad un maglia e nulla più. Passato il tempo delle grandi ideologie, rimangono solo delle cose da fare. E una volta eletti i politici, come degli impiegati, le fanno: a prescindere dal loro pensiero in merito di ciò che portano avanti. Il lavoro del politico è semplice: si fa quello che c’è da fare. Si fa quello che vuole la Germania di Angela Merkel e del socialista, si fa per dire, Martin Schulz.

Piccole ingerenze europee
Il vicepresidente della Commissione Europea Valdis Dombrovskis a pochi giorni dal voto ha ricordato: "In Italia abbiamo visto che la crescita è rafforzata nel 2017 e ci si aspetta che resti costante anche quest'anno, ma è ancora molto sotto la media europea, il debito è il secondo più elevato dell'Ue e la produttività è bassa. Ci sono ancora problemi nel settore bancario, ma si stanno affrontando", ma in generale restano ancora sfide da superare» Traduzione: «Non importa chi abbia vinto o perso e le sciocche discussioni italiane sul governo tra Pd-M5s-Lega e compagnia. L’unica cosa che conta è il debito: quindi servono privatizzazioni, tasse, svalutazione del lavoro. Procedete». Dopo le parole di Domobrovkis ecco il rapporto annuale sugli "squilibri eccessivi", redatto dalla Commissione Europea, in cui si può leggere: «Alto debito e una protratta bassa produttività che comporta rischi di "implicazioni transnazionali, in un contesto di crediti deteriorati ancora elevati e disoccupazione». Poi: «Il debito si stabilizza ma ancora non ha imboccato un percorso di ferma discesa a causa del deteriorarsi del saldo strutturale", e lo slancio delle riforme "è in qualche modo rallentato». In rifrimento al debito pubblico, l'Istat nel suo ultimo aggiornamento ha messo in evidenza invece un calo nel rapporto con il Pil al 131,5% nel 2017 dal 132,0% del 2016. Inutile qualsiasi traduzione.

La Borsa festeggia
In molti poi si domandano quale sia la ragione che ha portato la Borsa di Milano non solo a non schiantarsi, bensì a guadagnare rispetto a venerdì. Addirittura gli operatori finanziari sono preoccupati della guerra dei dazi tra Usa e il resto del mondo, anziché delle peripezie di Di Maio e Renzi che non vogliono sposarsi. Quando Berlusconi nel 2011 si scontrò con la Trojka lo spread sul decennale dei titoli pubblici a dieci anni ascese nei cieli delle centinaia di punti percentuali. La parola assunse un significato sinistro, teologico. Lo spread, fino al tempo ignoto, divenne un dio collerico che colpiva i peccati degli italiani non penitenti. Oggi lo spread è fermo. Questo in un contesto in cui, in linea teorica, la massima forza antisistema del dopoguerra ha preso il 32,7% dei voti e, a seguire, la Lega del populista Salvini si è arrampicata fino al 18%: record storico. I partiti che hanno una forte spinta europeista, e neoliberista, e in particolare il Pd, sono ai minimi storici. L’Italia quindi dovrebbe apparire come un paese in rivolta rispetto l’ordine europeista, e provocare serie preoccupazioni sul piano economico.

La punizione esemplare data alla Grecia
Ma la finanza che conta semplicemente ignora tutto questo? La spiegazione l’avrete già capita. La lezione imposta alla Grecia di Tsipras, punita severamente per il reato di bestemmia e lesa maestà, ha fatto scuola per tutti. Una punizione spietata e fuori scala, che doveva fungere da esempio per tutti coloro che volevano ribellarsi. Nessuno, a meno che non sia alla ricerca del martirio – seppur mai come oggi abbiamo bisogno di martiri – avrà il coraggio di contestare il dettame dell’austerità: il volere tedesco, che passa attraverso la gran cassa della retorica europeista. La politica appare come una grande camera di compensazione degli italiani: uno sfogatoio. Dove le tensioni sociali vengono incanalate verso utili idioti, falsi obbiettivi, uno contro l’altro nella certezza che tanto le decisioni che contano sono prese a Berlino, e soprattutto sono inconfutabili ed eterne, scolpite nella roccia.

Normalizzazione
D’altronde, vedendo la parabola del M5s, che ha abbandonato tutte le spinte progressiste nel disperato tentativo di essere accettati dai salotti della finanza che conta, non ci possono essere grandi speranze di cambiamento. Certo, nel loro programma vi sono promesse importanti, come del resto in quelle dell’altro vincitore assoluto, la Lega: cancellazione del Jobs Act, Legge Fornero, reddito di cittadinanza, tassazione piatta. Che possibilità hanno di metterle in pratica? Dipende da quale scontro vogliono avere con la Germania. Dipende se vogliono fare la fine di Tsipras, che da tempo ha deciso da che parte stare. Siamo di fronte a un passaggio importante, proprio in questi giorni: di fronte a noi c’è la verità. La democrazia ha subito un processo omeopatico: una perenne diluzione, riforma dopo riforma, cessione di potere dopo cessione di potere. Oggi la democrazia italiana è una frazione infinitesimale di quanto fu al termine del secondo conflitto mondiale. Probabilmente è un processo irreversibile, e per molti aspetti anche condiviso da buona parte degli italiani.