19 giugno 2019
Aggiornato 20:30
Centrosinistra

Il fedelissimo di Pisapia Furfaro al DiariodelWeb.it: «Renzi? Alleato sì, premier no»

L'esponente del partito di Pisapia ci spiega le sue condizioni per l'accordo con il Pd: «Ius soli, biotestamento, superticket e modifiche al jobs act. Ma soprattutto, Matteo non può essere leader della coalizione»

ROMAMarco Furfaro (Campo progressista), sciogliamo le riserve: ci andate con il Pd, sì o no?
È tutto da vedere: stiamo facendo una battaglia politica dall'esito non scontato. So bene che, a volte, sembriamo quelli che non decidono, ma lo stiamo facendo per ottenere qualcosa. Sarebbe facile schierarsi per la campagna elettorale, o con Renzi o fuori, ma questo non porterebbe niente ai cittadini. Se la sinistra perde da vent'anni, è perché nessuno si è mai battuto per delle misure concrete, fondamentali: dare la cittadinanza a un milione di bambini, togliere il superticket a chi non lo può pagare, restituire la dignità del fine vita a coloro che oggi soffrono.

Le condizioni quindi sono: ius soli, biotestamento e superticket?
E modifiche al jobs act. L'idea che si diano segnali precisi e immediati di discontinuità. Il Pd, sul programma futuro, ha praticamente dato carta bianca. Ma non solo non ci fidiamo abbastanza: abbiamo la necessità di far vedere all'elettorato di centrosinistra che è finita una stagione e che ne inizia un'altra.

Anche l'assenza di Alfano è una condizione?
Non voglio personalizzare. Stabiliamo uno spartiacque: chi vota lo ius soli e il biotestamento è nella coalizione. Chiunque si può ravvedere, e in questi anni ne abbiamo viste di tutti i colori: oggi difendono l'articolo 18 quelli che l'hanno abolito...

Non sono un po' tante queste condizioni per un partito che, nei sondaggi, non viene neanche considerato?
Intanto, nei sondaggi che abbiamo, noi facciamo la differenza, perché spostiamo 3-4 punti percentuali nella coalizione. Ma non le stiamo chiedendo per noi: ci stiamo tenacemente battendo per fare in modo che questo Paese non governi la destra, e forse è anche per questo che soffriamo nei sondaggi. Ci sono 800 mila bambini in ballo, non Marco Furfaro o Giuliano Pisapia: questo segna lo spartiacque tra l'umanità e la barbarie.

Lei viene da Sel, e con Pisapia aveva iniziato il percorso anche con l'attuale lista di Grasso. Perché poi lo schieramento si è rotto?
Per un motivo sopra ogni altro: perché noi vogliamo fare battaglia politica. Appunto, io vengo dalla storia di Sel, che voleva cambiare la vita per alcuni milioni di persone. A volte non ci siamo riusciti, altre sì: se oggi la Puglia, Milano, Genova sono governate in modo molto diverso da prima è perché ci siamo messi in ballo, e con un partitino abbiamo sfidato l'egemonia chiamando a raccolta un intero popolo, non solo il nostro elettorato. La differenza è che noi siamo lontani dai politicismi, dall'idea di contarsi per far perdere qualcuno.

Bersani e D'Alema, invece?
Hanno un disegno preciso, che io rispetto ma non condivido.

Far perdere Renzi.
Far perdere Renzi, il giorno dopo contrattare con il Pd e magari, come ha detto D'Alema, fare anche un governo di larghe intese. Basta prendere in giro gli italiani. Loro tengono insieme chi dice «Mai con il Pd» e chi «Vediamo»: io non voglio più una lista che si sfascia il giorno dopo il voto, come accadde con Tsipras e con la Sinistra arcobaleno. Dopodiché, niente è scontato: se non troveremo l'accordo con il Pd, discuteremo con tutti.

Peccato che voi potreste ritrovarvi a tenere questa linea mentre Renzi andrà da Berlusconi. Non vi spaventa?
Se ne prenderà la responsabilità. Noi saremo coerenti: saremo quelli per il salario minimo garantito, per un piano per l'ambiente, per fare in modo che il superticket non lo paghi chi non può pagarlo...

Ma non vedete questo rischio concretamente?
Noi chiediamo il voto proprio per presidiarlo.

Non vorrete il patto dal notaio, come Salvini con Berlusconi?
Io penso alla politica. Vorrei provare a dire all'elettorato che il nostro voto è quello che sposta il Pd a sinistra. Se pensassi solo che il giorno dopo non si rispetta più nulla e nessuno, dovrei smettere di fare politica. Ma il punto non è Renzi, è la gente: io ho 37 anni e negli ultimi 20 ho visto il centrodestra e il centrosinistra fare le peggiori leggi che hanno relegato la mia generazione nella precarietà.

Il punto non è Renzi: quindi ci possono stare le primarie di coalizione?
Assolutamente, dovrebbero essere un'idea per sciogliere il nodo sulla leadership. Noi abbiamo sempre detto che Renzi è il leader del Pd, ha vinto le primarie e nessuno può disconoscerlo, ma vogliamo un garante condiviso, in modo che la responsabilità della coalizione se la assuma un altro volto.

Avete delle idee sui nomi?
Se si vuole un nome condiviso, dobbiamo sceglierlo insieme al resto della coalizione. Non vogliamo comportarci in modo speculare a Renzi.

Però non Renzi?
Non può esserlo, perché è divisivo. È il leader del Pd, non il mio.

Prodi?
Può essere una risorsa. Ma mi lasci puntualizzare che io non ho votato né il jobs act né lo sblocca Italia, non ho intenzione di votarli, e mi prendo la responsabilità della coerenza mia, di Pisapia e di Campo progressista. Vogliamo portare agli italiani dei segnali concreti oggi, e un impegno sul futuro: questo per noi significa dare la speranza a questo Paese che non si passi dal decreto Minniti, che io contesto, a Matteo Salvini, che è ancora peggio.

Eppure l'abbozzo di programma del Pd che è uscito dalla Leopolda sono di nuovo gli 80 euro.
Quando si mettono i soldi in tasca alle persone è difficile dire di no. Ma credo che siano sbagliate le fondamenta del ragionamento: far passare sempre agli italiani l'idea dei bonus. Noi ci stiamo battendo per gli investimenti pubblici, e lo abbiamo messo nero su bianco nell'incontro con il Pd. La partita è complicata, perché Renzi spesso esagera, ma quella è la sua linea: la coalizione è un'altra cosa. Altrimenti possiamo prendere in considerazione l'idea di andare da soli, visto che abbiamo il nostro candidato premier, o di un apparentamento tecnico. Spiace solo che noi siamo gli unici a non voler regalare quel terzo dei collegi uninominali al centrodestra: vorrei che, almeno su questo, il centrosinistra si mettesse d'accordo.

Ma Renzi è di sinistra?
Non lo so. Lui viene da una storia che ha poco a che fare con la sinistra. È un personaggio molto deideologizzato, che sui diritti magari ha un afflato di sinistra, ma sul fronte economico e sociale non lo ha dimostrato. Quello che definisce una biografia sono le cose che si fanno: lui ne ha fatte effettivamente molto poche, noi invece siamo in campo e stiamo conducendo una battaglia dura e complicata proprio per fare cose di sinistra.

L'ultima domanda è quella del momento: Berlusconi o Di Maio?
Nessuno dei due.

Ma se si è schierato pure Scalfari!
Se fosse quella la condizione, forse per la prima volta penserei di non votare. Ma è esattamente questo lo scenario che stiamo cercando di evitare, e non credo che piaccia a nessun elettore di centrosinistra, nemmeno a quelli arrabbiati con Renzi. Le elezioni dimostrano che, quando il centrosinistra va male, il voto non va a sinistra, ma al Movimento 5 stelle o all'astensione. E allora, o tutti si prendono le responsabilità della svolta che noi stiamo chiedendo, oppure andiamo verso l'alternativa tra Berlusconi e Di Maio. Che sarebbe la sconfitta della sinistra.