20 novembre 2019
Aggiornato 02:00
Sicurezza e privacy

Italia sotto sorveglianza: la norma voluta da Gentiloni (e dall'Ue) che assicurerà il controllo del web

Il Senato, entro questo fine settimana, approverà una norma che richiama la necessità di rispettare la normativa europea in materia di raccolta dati e controllo del web. Sta per arrivare una nuova era di sorveglianza di massa

Il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni
Il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni ANSA

ROMA - Lo scenario che ci attende è da 1984 di George Orwell, ovviamente in versione 2.0: sta per arrivare una nuova epoca di sorveglianza di massa. Il Senato, infatti, entro questo fine settimana approverà una norma (con primo firmatario Paolo Gentiloni) che richiama la necessità di rispettare la normativa europea in materia di raccolta dati e controllo del web, un provvedimento da approvare per via di scadenze di legge che ne giustificano l’adozione senza un’approfondita discussione parlamentare, che ne rallenterebbe l’iter. La norma contiene due disposizioni che rivoluzioneranno il concetto di sorveglianza di massa sul web, il tutto, ovviamente, nel silenzio dei principali media mainstream italiani. La prima dispone l’allungamento dei tempi di conservazione dei dati internet e telefonici a sei anni, circostanza che è già stata fortemente criticata dallo stesso garante della privacy italiano Antonello Soro.  Inoltre, all’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, Agcom, viene attribuito il potere di intervenire in via cautelare, sulle comunicazioni elettroniche dei cittadini italiani, al fine di impedire l’accesso agli stessi cittadini a contenuti presenti sul web.

Ce lo chiede l'Europa
La motivazione addotta per spiegare la necessità di questo provvedimento è quella che tante volte abbiamo sentito propinarci, in diverse circostanze: «Ce lo chiede l'Europa». Così, il Parlamento, pur in presenza di norme nazionali che contrastano con le disposizioni europee, le fa comunque passare, per evitare di doverle discutere in una ulteriore lettura. Ma cosa prevedono in concreto le disposizioni contenute nel provvedimento?

Ai provider i nostri dati per 6 anni
La prima norma consente ai provider italiani, per ragioni di repressione di attività legate al terrorismo, di conservare i dati di tutti i cittadini italiani, in attesa che le autorità inquirenti decidano eventualmente di chiedere informazioni su quei dati. Quindi, gli operatori di internet privati deterranno per sei anni i dati di tutti gli italiani, a prescindere dalla effettiva commissione di un reato. Se poi dovesse aprirsi un'indagine, quei dati potranno essere richiesti ai provider. Verranno quindi schedate e conervate tutte le nostre azioni e conversazioni via telefono, chat o internet. Una delle circostanze più gravi di questo provvedimento è che il provider dovrà comunque raccogliere i dati di tutti, a prescindere dalla commissione di un reato o dalla presenza di un sospetto, senza sapere se e quando tali informazioni verranno richieste: siamo di fronte a uno spionaggio preventivo.

Intervento sul web non più dei giudici ma dell'Agcom
Se possibile, la seconda norma è ancora più inquietante, e si ricollega a una legge di fatto già approvata undici anni fa. La proposta di legge sottrae ai giudici il compito di intervenire in via cautelare sui contenuti sul web. Dall'entrata in vigore del provvedimento, basterà un semplice regolamento dell’Agcom perché le piattaforme debbano rimuovere i contenuti illeciti e vengaloro impedito di riproporli. E poiché il web è composto di milioni di informazioni, soggette a continui e istantanei cambiamenti, non c’è modo di conoscere in anticipo la riproposizione dei contenuti che la norma vorrebbe censurare, se non con una tecnica di intercettazione di massa denominata Deep packet inspection. Si tratta di una tecnica con cui il provider «segue» l’internauta su internet, tracciandone i movimenti, al fine di rimpedire la ripubblicazione del contenuto quando e se necessario, attraverso un meccanismo di analisi e raccolta di tutte le comunicazioni elettroniche dei cittadini che intendano recarsi su siti «dubbi». Il tutto, senza il controllo di un magistrato. Benvenuti nell'Italia del Grande Fratello.