28 settembre 2022
Aggiornato 22:00
Internet Day 2018

Di Maio rimette al centro la Rete: 30 minuti di Internet gratis per tutti, 5G in tutta Italia e no al «bavaglio»

Alla Camera in occasione dell'Internet Day 2018, il ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico riporta al centro la Rete e dice no alla riforma Ue del copyright

Il ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio
Il ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio Foto: ANSA

ROMA - "Lo Stato deve garantire almeno 30 minuti di connessione a Internet a tutti, anche a chi non può permetterselo. Siamo al lavoro su questo, l'accesso alla Rete è un diritto primario di ogni singolo cittadino». E' la proposta lanciata da Luigi Di Maio, intervenuto alla Camera in occasione dell'Internet day 2018. Il ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico ha sottolineato anche che  "il web è al centro del cambiamento e questo cambiamento non può più aspettare». Il governo, spiega, intende investire ancora di più per avere una banda ultralarga e il 5G che coprano tutta l'Italia, da Nord a Sud. "Lo faremo perché questa azione rappresenta un moltiplicare economico per la nostra economia e per la creazione di posti di lavoro", ha aggiunto Di Maio, che anche annunciato, sul Blog delle Stelle, che il nuovo Governo intende "completare la riforma del roaming a livello europeo, che ad oggi, seppur un passo in avanti, rimane una riforma monca, perché non risolve il problema delle tariffe per le chiamate internazionali". 

Contro la riforma del copyright
Nel suo discorso anche una dura critica all'Unione europea in merito alla nuova direttiva sul copyright del Parlamento Ue: "Questo provvedimento ci riporterebbe indietro di 20 anni. Il governo italiano non può accettare passivamente questo. Le nostre soluzioni non passano per i bavagli. L'Europa dovrebbe puntare sulla cultura e sull'istruzione per riconoscere le fake news, e invece si preferisce puntare sulle tasse. Il potere di decidere cosa possa essere pubblicato non può essere messo nelle loro mani. Se non è un bavaglio questo, ditemi voi cos'è", ha detto il vicepremier. "È inaccettabile. E come governo ci opporremo. Faremo tutto quello che è in nostro potere per contrastare la direttiva al Parlamento europeo e qualora dovesse passare così com’è, dovremo fare una seria riflessione a livello nazionale sulla possibilità o meno di recepirla. Perché internet dev’essere mantenuta libera, indipendente, al servizio dei cittadini. Nessuno può permettersi di fare azioni di censura preventiva, nemmeno se quel qualcuno si chiama Commissione europea".

Link tax
La Rete, il cui accesso è ormai diventato una "cosa scontata, uno dei diritti inalienabili dei cittadini" scrive Di Maio sul Blog delle Stelle, ancora oggi sta correndo un grave pericolo. E il pericolo arriva direttamente dall’Europa e si chiama riforma del copyright. La scorsa settimana è passata una linea che maturava dopo almeno due anni di contrattazioni. Una linea controversa, proposta inizialmente dalla Commissione europea, che riporta due articoli che potrebbero mettere il bavaglio alla Rete così come oggi la conosciamo. Il primo prevede il diritto per i grandi editori di giornali di autorizzare o bloccare l’utilizzo digitale delle loro pubblicazioni introducendo anche una nuova remunerazione per l’editore, la cosiddetta link tax. "In poche parole quando noi condividiamo un articolo ed escono quelle tre o quattro righe al di sotto del link, ecco quelle tre o quattro righe verrebbero tassate. Dicono pure che sia un modo per migliorare la qualità dell’informazione" attacca il vicepremier.

Controllo ex ante dei dati
Il secondo articolo potrebbe perfino essere più pericoloso del primo per Di Maio, perché impone alle società che danno accesso a grandi quantità di dati di adottare misure per controllare ex ante tutti i contenuti caricati dagli utenti. Praticamente qualunque cosa venga caricata che abbia anche solo una parvenza di ledere il diritto d’autore, potenzialmente qualsiasi immagine, potrebbe essere bloccata da una piattaforma privata. "Praticamente deleghiamo a delle multinazionali – e neanche loro credo lo vogliano - che spesso nemmeno sono europee, il potere di decidere cosa debba essere o meno pubblicato». Cosa è giusto o sbagliato. Cosa i cittadini devono sapere e cosa non devono sapere: "Se non è un bavaglio questo ditemi voi cos’è un bavaglio. E pensiamo anche alle piccole e medie imprese di questo settore, che non avranno mai la potenza economica per affidarsi ad un algoritmo che decide cosa è giusto e cosa è sbagliato".

Registro di trasparenza contro i lobbisti
Questo provvedimento, "contro il buon senso", consentirebbe di concentrare il potere nelle mani di poche persone. Di poche piattaforme e di poche multinazionali. Questa direttiva è la "plastica dimostrazione che qualcosa in quei palazzi non funziona». E questo qualcosa è una "città intera di lobbisti" che si muovono all’interno delle istituzioni comunitarie senza l’obbligo di dire cosa fanno, chi rappresentano, con chi parlano, quanto guadagnano e da chi sono pagati: "Una città intera di lobbisti che influenza il processo decisionale non a caso, perché stiamo parlando di almeno 30mila lobbisti che ogni giorno entrano in quei palazzi». Non hanno l'obbligo di dichiarare qual è il loro mestiere e possono facoltativamente iscriversi ad un "registro di trasparenza». Viene sollecitata sin dal 2008 la creazione di un registro obbligatorio per i rappresentanti d'interessi specifici attivi nelle istituzioni dell'UE, sottolineando come solo uno strumento simile assicurerebbe il pieno rispetto da parte di quest'ultimi del loro codice di condotta. "Stranamente non se n’è mai fatto nulla" lamenta ancora Di Maio. Il Governo italiano non vuole accettare passivamente un provvedimento studiato e preparato a tavolino dalle lobby dei grandi editori multimiliardari che spostano e occultano il diritto all’informazione. Non è bastato lo scandalo dei Cambridge Analityca per fare capire a questi signori che il potere non deve essere accentrato nelle mai di pochi, ma condiviso con i cittadini.

"Una piena cittadinanza digitale"
Per questo dobbiamo iniziare ad occuparci di come sviluppare una "piena cittadinanza digitale": investendo sulla cultura in modo che si faccia un corretto utilizzo della Rete, con un’etica che deve equivalere a quella della vita di tutti i giorni. Il processo di digitalizzazione della pubblica amministrazione deve diventare omogeneo, nella gestione amministrativa dei rapporti di lavoro, nella semplificazione degli adempimenti contabili per la creazione di un fisco digitale; nell’ammodernamento tecnologico e digitale del servizio sanitario nazionale; nell’innovazione digitale nella didattica.