16 ottobre 2019
Aggiornato 06:30
Rom

Campi rom, ecco come fa la Raggi a superarli: gli cambia il nome, e loro non se ne vanno

Quattro mesi fa, Virginia Raggi prometteva che la sua Amministrazione avrebbe superato definitivamente i campi rom. Peccato che, a giudicare dalla prima prova dei fatti, la sua sia un'operazione di mero rebranding: cambia il nome, la sostanza no

La sindaca di Roma Virginia Raggi
La sindaca di Roma Virginia Raggi ANSA

ROMA - Vi ricordate quando Virginia Raggi promise che la sua Amministrazione avrebbe superato definitivamente i campi rom? Era lo scorso maggio, quando su tutti quotidiani comparve l'annuncio in pompa magna della sindaca di Roma: «Possiamo annunciare in maniera molto netta che finalmente a Roma saranno superati i campi rom. Iniziamo chiaramente con due campi, La Barbuta e Monachina». La prima cittadina della Capitale solennemente aggiunse: «Fermiamo la mangiatoia che per troppi anni c'è stata sui campi da parte della criminalità e di mafia capitale anche». Cosa è rimasto di quella promessa? Quattro mesi fa, l'assessore alle Politiche Sociali di Roma Capitale Laura Baldassarre aveva spiegato che «Per il superamento dai campi 'La Barbuta' e 'La Monachina saranno utilizzati 3,8 milioni di fondi europei, una progettualità di 3 anni che verrà monitorata passo dopo passo. Per i primi due campi c'è un accompagnamento all'abitare, uno strumento ulteriore per facilitare le famiglie che vogliono abbandonare i campi: un sostegno specifico per l'abitare e per l'occupazione che durerà due anni, al termine dei quali i campi chiuderanno». Quindi, la Giunta Raggi aveva delineato una vera e propria roadmap che assicurava che il superamento dei «ghetti» e il ripristino della legalità sarebbe avvenuto nel rispetto dei diritti umani e nella piena considerazione delle fragilità.

Rebranding
Eppure, la strategia adottata dalla Raggi negli ultimi 4 mesi non sembra aver portato a risultati sostanziali. Come giustamente notato da Carlo Stasolla, presidente dell'Associazione 21 luglio, è in corso più che altro un'operazione rebrandig: la sostanza resterà, mentre sarà la mera forma a cambiare. Almeno a giudicare dalla prima prova dei fatti, si scopre in effetti che il tanto sbandierato superamento dei campi rom è, per il momento almeno, poco più che un bluff. Basti vedere cosa sta accadendo per il Camping River, che l'Amministrazione si era impegnata a chiudere entro il 30 settembre, dove vivono circa 400 rom.

Il caso del Camping River
Un insediamento, spiega Stasolla, che già lo scorso anno era stato segnalato al Comune di Roma dall'Anac, perché affidato senza bando da 12 anni allo stesso ente. Il Campidoglio aveva quindi provato a risolvere il problema attraverso la stesura di un bando su misura per lo stesso ente, l'unico che aveva presentato l'offerta. Ma l'istituzione diretta da Raffaele Cantone non è caduta nel tranello e ha chiesto nuovi chiarimenti. Quindi, il 28 giugno scorso, l'Amministrazione capitolina ha stabilito che il Camping River sarebbe stato il primo campo ad essere superato, in conformità con le linee guida del piano presentato soltanto qualche settimana prima. Si è quindi stabilito che, per i residenti con un reddito superiore ai 10.000 euro, fosse previsto l’allontanamento, mentre per quelli considerati indigenti venisse erogato un «incentivo finalizzato a finanziare la compartecipazione alla spesa per l’utilizzo di moduli abitativi».

Dopo l'analisi della Guardia di Finanza, il caos
A fine agosto, la Guardia di Finanza ha completato l’indagine patrimoniale sui 250 adulti residenti: così, per quelli con Isee pari a 0, senza lavoro e con figli a carico, sono iniziati colloqui individuali. La roadmap elaborata dalla Raggi prevedeva l’analisi delle fragilità, lo studio delle competenze, l’elaborazione di un piano individualizzato, la definizione dei contributi tarati sulle singole esigenze. Tutte tappe che sarebbero state bypassate: come ricostruito da Stasolla, alle famiglie è stato chiesto invece di portare un contratto di affitto per poter ricevere un contributo. Uno scenario palesemente irrealistico, visto che la stessa Guardia di Finanza aveva acclarato la condizione di indigenza di quei soggetti: come avrebbero potuto presentare un contratto di affitto?

L'escamotage della Giunta Raggi
Così, per risolvere l'empasse, il Comune di Roma ha deciso di ricorrere, come si diceva prima, a una strategia di rebranding, cambiando il nome al campo in questione. Con la delibera di Giunta n. 2011, si è stabilito che il Camping River non è più un campo rom, ma una «struttura ricettiva diretta all'accoglienza temporanea». Da ghetto e regno dell'illegalità da chiudere con la massima urgenza, in pratica, si è trasformato improvvisamente in uno di quei «moduli abitativi» previsti dal piano Raggi. «Trasformato» è una parola grossa: perché il Camping River è rimasto quello di sempre, solo che ha cambiato nome. Contestualmente per i rom, in alternativa alla casa in affitto, è stata comunicata la possibilità, con il contributo del Comune di Roma, di riallocarsi in una struttura di questo tipo: un «trasferimento» rapidissimo, visto che non comporterà alcun tipo di spostamento fisico. Una soluzione, è proprio il caso di dirlo, a 5 stelle.