7 marzo 2021
Aggiornato 02:30
Mafie

'Ndrangheta in Lombardia, arrestato il sindaco di Seregno: dal 2010 a oggi, quel filo che unisce mafia e politica

Maxi operazione contro la 'ndrangheta nelle province di Milano, Monza, Como, Pavia e Reggio Calabria. Il blitz dei carabinieri di Milano, scattato alle prime ore dell'alba, ha portato a 27 misure cautelari tra cui l'arresto del sindaco di Seregno, Edoardo Mazza

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SEREGNO - Maxi operazione contro la 'ndrangheta nelle province di Milano, Monza e Brianza, Como, Pavia e Reggio Calabria. Il blitz dei carabinieri di Milano, scattato alle prime ore dell'alba di martedì 26 settembre, ha portato a 27 misure cautelari, (21 in carcere e 3 ai domiciliari e 3 provvedimenti interdittivi) tra cui il sindaco di Seregno, Edoardo Mazza. Le accuse contestate a vario titolo dai pm della Dda di Milano e dai colleghi della procura di Monza sono associazione di tipo mafioso, estorsione, detenzione e porto abusivo di armi, lesioni, danneggiamento (tutti aggravati dal metodo mafioso), associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, corruzione per atti contrari ai doveri d'ufficio, corruzione per un atto d'ufficio, abuso d'ufficio, rivelazione e utilizzazione di segreti d'ufficio e favoreggiamento personale.

Il blitz
Il carabinieri del Comando provinciale di Milano hanno eseguito gli arresti alle prime luci dell'alba nelle province di Monza, Milano, Pavia, Como e Reggio Calabria. Ai domiciliari, dunque, il sindaco di Seregno (Monza) Edoardo Mazza, di Forza Italia, accusato di corruzione per aver favorito gli affari del costruttore Antonio Lugarà (in carcere) che a sua volta si sarebbe doperato per procurargli voti. Ma a spianare la strada agli interessi di Lugarà, in Comune, avrebbero partecipato in diversi. Nell'inchiesta, tra l'altro, sono coinvolti anche altri due politici locali di Seregno: un consigliere comunale è agli arresti domiciliari, mentre per un assessore, Gianfranco Ciafrone, è stata disposta l'interdizione dai pubblici uffici.

Le accuse
Le persone coinvolte sono accusate a vario titolo di associazione di tipo mafioso, estorsione, detenzione e porto abusivo di armi, lesioni, danneggiamento (tutti aggravati dal metodo mafioso), associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, corruzione per atti contrari ai doveri di ufficio, abuso d'ufficio, rivelazione e utilizzazione di segreto d'ufficio e favoreggiamento personale.
 
L'inchiesta del 2010
L'inchiesta, iniziata nel 2015, è una costola dell'indagine denominata «Infinito» che, nel 2010, aveva scoperchiato un sistema di «Locali» 'ndranghetiste in Lombardia. Indagando infatti sui personaggi coinvolti nel traffico di droga e nelle estorsioni, si è arrivati quindi all'imprenditore, personaggio che - secondo le accuse - lega a «doppio filo» politica e 'ndrangheta. Secondo quanto emerso dall'inchiesta, Lugarà avrebbe intrattenuto rapporti con politici locali, del territorio, tutte relazioni all'insegna di reciproci scambi di favori con esponenti della criminalità organizzata. Il suo ruolo sarebbe stato «determinante» per l'elezione del sindaco arrestato, il suo interesse era quello di ottenere dai politici una convenzione per realizzare un supermercato nel monzese. «Ogni promessa è debito», ha detto il sindaco intercettato a Lagarà.

Le intercettazioni
Secondo le indagini, i presunti esponenti della 'ndrangheta arrestati questa mattina erano dediti al traffico di droga e alle estorsioni. Le indagini hanno portato all'identificazione del sodalizio legato alla Locale della 'ndrangheta di Limbiate (Monza) composto da soggetti prevalentemente originari di San Luca (Reggio Calabria), che secondo l'accusa aveva avviato in provincia di Como un ingente traffico di cocaina, ed è ritenuto responsabile di alcuni episodi. Nelle intercettazioni telefoniche, uno degli arrestati parlava dei progetti delle cosche in relazione ad un grosso traffico di cocaina nel Comasco, facendo riferimento a un piccolo comune in provincia di Reggio Calabria. «Vogliono mettere in piedi San Luca (...) San Luca a Milano ... al nord" . In altre telefonate captate dagli investigatori i presunti affiliati alla 'ndrangheta parlavano anche di "mitra" e "kalashnikov".