Violenza

«Cara Boldrini, io, vittima di violenza, ti scrivo». La lettera di una donna stuprata da due rom

Una ragazza di Roma barbaramente violentata da due rom ha rivissuto tutto il dolore di quell'esperienza sulla sua pelle quando ha ascoltato cosa è accaduto sulla spiaggia di Rimini. Così, ha scritto una lunga lettera al Tempo, in cui si è rivolta anche a Laura Boldrini

La presidente della Camera Laura Boldrini
La presidente della Camera Laura Boldrini (ANSA/ALESSANDRO DI MEO)

ROMA - Una ragazza di Roma barbaramente violentata da due rom ha rivissuto tutto il dolore di quell'esperienza sulla sua pelle quando ha ascoltato cosa è accaduto sulla spiaggia di Rimini. Così, ha scritto una lunga lettera al Tempo, in cui ha avanzato un appello alle istituzioni, perché si occupino di più della sicurezza delle donne, e a Laura Boldrini, perché il suo impegno per l'integrazione degli stranieri non escluda la battaglia per le donne che hanno subito violenza, anche se i mostri sono stranieri. 

Caro direttore,

mi permetta l' intrusione ma a tutto c'è un limite. Le chiedo un po' di spazio e un po' di coraggio che so non mancarle. Ci ho pensato e ripensato ma penso che oggi serva far parlare i fatti per mettere fine a questa follia dello stupro politico-mediatico. Le voglio raccontare in diretta cosa prova una donna, di qualsiasi nazionalità o religione, quando viene violentata. Le racconto cosa significa precipitare all' inferno, sporcarsi l' anima e non rivedere mai più la luce.

Non ne posso più dell' ipocrisia della politica che interviene o non interviene a seconda se lo stupratore è un immigrato oppure no (o nel caso della signora Boldrini che ha condannato lo stupro di Rimini a tre giorni dai fatti e solo dopo le polemiche sollevate dai suoi avversari) o perché qualche simpatico ne, tipo quel mediatore culturale della coop, rilancia l' idea che lo stupro è tale solo all' inizio perché poi la donna si calma e gode. Ora le racconto cosa mi è successo ma è come se scrivesse una delle tante donne vittime di esseri umani stranieri che sarebbe meglio chiamare animali.

Era la notte tra il 5 e il 6 maggio dell' anno scorso. La sera, intorno alle 21, ero andata da un' amica. Ci siamo trattenute fino a mezzanotte poi mi sono incamminata verso casa, quando a trecento metri di distanza ho preso la strada che delimita il terreno abbandonato per accorciare, strada che allora non era illuminata.

Mentre chattavo su Facebook al telefono con il mio ex ragazzo ho visto un' ombra nera allungarsi sempre di più. Mi sono fermata per capire cosa fosse ma quando l' ho vista correre verso di me era già troppo tardi. Ho provato a strillare ma l' urlo è tornato in gola rimbalzando sulla mano pigiata sulla bocca.

Quell' uomo mi ha colpita e trascinato attraverso oltre la rete fino a chiudermi in una baracca maleodorante. Due belve feroci. Non era solo, quel bastardo. Mi hanno fatto sdraiare su un materasso putrido, strappato, mi hanno bloccato le gambe e a quel punto ho chiuso gli occhi e pregato mentre mi sentivo strappare la pelle, violare nell' intimità, in balia del mostro, privata della mia libertà, carne da macello. Come se la mia vita non avesse valore. Piangevo e tremavo mentre quei maiali si divertivano a turno. Sarà politicamente scorretto, sarà non bello a dirsi, sarà che cristianamente bisogna perdonare, ma queste persone, caro direttore, non credo possano vivere in mezzo a noi. Non posso dire cosa gli farei, ma chiunque nelle mie condizioni penserebbe di fargli esattamente le stesse cose. Fatico a considerarli umani. Perversi, infami, vigliacchi, questo sono. Ho ripensato a quel giorno quando ho sentito di Rimini e tutti quei distinguo sulla nazionalità, i veleni sui social. Ci ripenso ogni giorno, più volte al giorno, a quanto ho vissuto. La testa va a quel materasso sudicio nella baracca ogni qual volta sento parlare di stupri. Per quegli schifosi, quell' abuso sessuale era una via di mezzo tra una festa e un sacrificio. Io ero lì, loro fumavano, bevevano, ridevano, si sfogavano sessualmente, parlavano tra loro mentre io ero buttata lì. Poi, forse per eccitarsi, inframezzavano parole in italiano e discutevano ad alta voce se uccidermi o tenermi in vita, ovviamente dopo aver fatto un altro giro sguazzando nella mia carne, stuprando la mia anima. E ridevano, quanto ridevano...

Il cervello è entrato in modalità di sopravvivenza quand' ero ormai rassegnata alla morte. Nonostante tutto volevo vivere, mi è passata la vita davanti agli occhi, pensavo alla mia infanzia, agli amici, a mio padre. Più passava il tempo e più quei maledetti si ubriacavano, così ho approfittato di un momento in cui erano allontanati credendomi svenuta. Così mi sono fatta forza, trascinandomi fino alla borsetta buttata per terra sono riuscita a prendere il telefonino. Ero felice e terrorizzata, quando digitavo frasi di aiuto tremavo di speranza e di terrore.

Sono riuscita a inviare un sms alla mia migliore amica dicendole che ero al campo dietro casa sua, che mi stavano violentando, l'ho supplicata di chiamare subito la polizia. Quello è stato il momento in cui ho rischiato di più. Se mi avessero scoperto, non sarei qui. Purtroppo, però, la mia amica dormiva. Ha letto il messaggio solo alle 11 del mattino. Così tutta la notte l'ho vissuta pensando di crepare, secondo dopo secondo. Sapevo, però, che se una possibilità c'era di uscirne vive era di stare calma davanti a loro perché un pianto o una crisi li avrebbe portati alla follia e a ulteriori violenze sessuali.

Così ho provato a interloquire pacatamente col diavolo, con l' uomo che mi aveva sequestrato dalla strada. Era lui il capo. L' ho rassicurato che non l' avrei denunciato, ho finto di capire le sue ragioni, una sorta di sindrome di Stoccolma, insomma, l'ho portato, non so come, a fidarsi di me anche se il compagno di branco, ubriaco marcio, gli diceva di non fidarsi e di farla finita. Più passavano le ore e più l' alcool faceva effetto nei loro corpi, così ho convinto il capo a fare due passi, l'ho pregato perché non sentivo più nulla, le gambe, la testa, le braccia, il respiro. Ha accettato.

Camminando abbiamo sfiorato un viottolo che erano ormai le 6 del mattino. Ho visto una macchina ferma al semaforo con una guardia giurata in divisa al volante. Ho capito che Dio, il mio Dio, c'era. E mi aveva mandato un angelo, che ancora oggi vorrei ringraziare: si chiama Dario (...). L' ho vista, l' auto, e mi ci sono buttata dentro prendendo alla sprovvista il capo del branco. Lui, il bastardo, non se l' aspettava. È rimasto paralizzato mentre io al vigilantes urlavo di correre via, lontano, il più lontano possibile. «Ti prego, scappa, scappa. Sono stata violentata». L'animale ha provato a correre ma Dario ha accelerato e mi ha salvato accompagnandomi dai carabinieri dell' Appia.

Non avevo più lacrime, non sapevo che pensare, ero vicina all' infarto e mi sentivo uno zombie. Quando ho varcato il portone della caserma finalmente mi sono sentita la vita riprendersi cura di me, ero sopravvissuta, al sicuro, leggera anche se sporca e acciaccata. Il resto lo hanno raccontato i giornali. Un carceriere è stato arrestato, l' altro preso dopo 25 giorni nel campo rom di via Candoni.

Sa, direttore, tanta era la vergogna che non ho detto nulla a mio papà per 4 giorni, non volevo farlo soffrire. Poi però non ce l'ho fatta e mi sono liberata di tutto. Lui è stato un papà d' oro, si sorprendeva solo del silenzio stampa intorno a questa storia che coinvolgeva dei rom (zingari non si può scrivere, vero?). Ma non si dava pace. Temeva che altre ragazze potessero fare la mia stessa fine. Sa cosa ha fatto? Ha riempito il quartiere di volantini per raccontare cos'era successo, ed è solo a quel punto che i giornali hanno cominciato a scrivere.

Non voglio buttarla in politica, non mi interessa. Non sono di destra e nemmeno di sinistra. Ma da allora sono iniziate ad accadere cose assurde. Certe associazioni di sinistra non solo non hanno avuto il minimo rispetto per quanto avevo subìto, ma hanno addirittura detto per telefono a mio padre che non doveva manifestare perché i due violentatori erano dei rom e così si sarebbe alimentato il «razzismo». Quei giorni sono stati terribili, ci chiamavano «fascisti», andavano in giro per il quartiere a mettere voci in giro che io mi ero inventata tutto, che ero una puttana.

Ovviamente, dopo quello che mi era successo, queste parole mi scivolavano addosso perché la politica non mi interessa. Sono solo una ragazza come tante che ha visto l' orrore impadronirsi del suo corpo e che nel suo picco lo, oggi, di fronte a questo balletto ipocrita intorno allo stupro di Rimini, vuol contribuire a dire le cose come stanno. Diciamo che purtroppo parlo da addetta ai lavori. E in questa veste supplico tutti a finirla con questo politichese da schifo, col perbenismo, coi due pesi e le due misure. Perché quel che è capitato a me può capitare stasera a vostra figlia.

Vorrei che la signora Boldrini, che tanto si batte per i diritti delle donne, non avesse remore a parlare di immigrati se immigrati sono gli stupratori, o di italiani se un italiano fa cose del genere. La violenza sessuale non ha colori, ideologie, religioni. È un atto ignobile, che viola la persona nella sua libertà personale, la sua psiche, è una ferita eterna. Perché il senso di impotenza che si prova in quei momenti è orribile. Ecco perché quel mediatore culturale è un essere orribile.

Smettetela di addossare la colpa alle donne, perché - sembrerà paradossale - così facendo la violenza è peggiore dell' abuso fisico subìto. Il giorno della sentenza in aula ho sentito pronunciare parole vergognose e immonde. Quello diceva che ero «vestita in maniera provocante», che mi ero inventata tutto, nonostante i riscontri raccolti dai carabinieri e le prove biologiche. Non ce l' ho fatta a sentirlo, sono scappata via, fuori dall' aula. Volevo morire una seconda volta.

Ma la colpa, caro direttore, non è di quell' animale condannato insieme a quell' altra bestia. È delle leggi italiane che fanno pena e che permettono l' impunità. Quando ho visto quel post su Rimini non ci volevo credere, sono rimasta scioccata. Evidentemente la cultura di quel signore considera la donna uno spauracchio colpevole di tutto, e allora mi chiedo: certa gente, evidentemente incompatibile con il modello di vita occidentale, cosa si tiene a fare in Europa?

A nome di tante di noi, voglio chiedere l' espulsione immediata del mediatore culturale e approfittare di questa opportunità per dire alle ragazze abusate di denunciare, di non avere paura. Perché la paura deve essere la loro. Solo la loro. Chi non ci difende è complice.