20 ottobre 2021
Aggiornato 14:00
Traffico di oro nero

Il petrolio dell'Isis dalla Libia e dalla Turchia all'Italia. Con lo zampino della mafia

l petrolio dell'Isis in Italia. Sì, avete capito bene: nelle automobili, nei motori e persino nelle nostre case il greggio che usiamo ogni giorno potrebbe provenire dai pozzi petroliferi controllati dallo Stato islamico. Ecco come e perché

ROMA - Il petrolio dell'Isis in Italia. Sì, avete capito bene: nelle automobili, nei motori e persino nelle nostre case il greggio che usiamo ogni giorno potrebbe provenire dai pozzi petroliferi controllati dallo Stato islamico. Si tratta più di una semplice ipotesi investigativa: perché lo scenario si sta pian piano consolidando, al punto dal costituire l'argomento principale di un report riservato del Nucleo Speciale di Polizia Valutaria della Guardia di Finanza, datato febbraio 2017, sul terrorismo islamico, citato da Repubblica. Nel quale si legge chiaro e tondo che «È possibile ritenere che le importazioni di petrolio da zone sottoposte al controllo delle organizzazioni terroristiche abbiano come terminali anche le principali raffinerie italiane»

Le rotte
Le rotte seguite dai contrabbandieri si estenderebbero al largo di Malta, a una sessantina di miglia più a sud, dove, secondo quanto spiega Repubblica, può capitare che le petroliere provenienti dalla Turchia e dalla Russia, e le bettoline cisterna salpate di nascosto dalla Libia, spariscano per qualche ora. Pare che in realtà vi sia un accordo per spegnere i trasponder,  per consentire alle bettoline di accostarsi e travasare il greggio clandestino sulle grosse cisterne. Quindi, finita l'operazione al buio, si allontanerebbero e riaccenderebbero il satellitare, per riapparire sui monitor quando già stanno tornando in Libia, mentre la nave madre prosegue verso la Sicilia, l'Italia del centro-nord, e la Francia. 

L'indagine
Un sistema che sarebbe oggetto di una grossa indagine della Finanza coordinata da una procura siciliana, che avrebbe già individuato società di brokeraggio italiane e maltesi che, pur nate da poco, già fatturano milioni di euro organizzando la logistica del trasporto e vendendo il greggio libico e arabo alle grandi compagnie mondiali. Secondo gli investigatori, si tratterebbe degli intermediari che si occupano di ripulire tutta la filiera del contrabbando, attraverso documenti di viaggio falsificati. I finanzieri hanno rinvenuto campioni dai depositi di alcune raffinerie italiane, e, analizzandoli, hanno scoperto che contenevano petrolio estratto in Libia e in Siria in quantità superiore rispetto a quanto attestavano i documenti di carico.

Contrabbando di petrolio in Libia
Difficile dire quale sia l'origine del petrolio, ma è possibile che si tratti dei pozzi controllati dall'Isis. Ma, poiché le tracce si perdono, dietro potrebbero esserci anche trafficanti non fondamentalisti. Di certo, il traffico sfrutta l'instabilità dei luoghi da cui quell'oro nero proviene, soprattutto per quanto riguarda la Libia. Dove il furto del petrolio, che costituisce l'unica vera risorsa nazionale, provoca danni enormi. Nel sostanziale vuoto di potere che affligge il Paese, il contrabbando di petrolio prolifera. Non a caso, lo scorso gennaio la National Oil Company - la compagnia di Stato che controlla il petrolio libico - ha accusato la milizia mercenaria che garantisce la sicurezza della raffineria di Zawiya di rubare carburante e di rivenderlo sul mercato clandestino. Di tutta risposta, la milizia ha fatto chiudere la centrale termoelettrica adiacente facendo saltare quasi completamente la griglia elettrica e causando il più grande blackout che abbia vissuto la Libia negli ultimi sei anni: un chiaro messaggio affinché nessuno minacciasse la loro più grande fonte di guadagno.

Una perdita immensa
La situazione è particolarmente seria: l’anno scorso, la banda guidata da Ibrahim Jadhran ha ottenuto ben 42 milioni di dollari dal governo di unità nazionale per annullare il boicottaggio del petrolio fra Sirte e Bengasi. Il 23 aprile di quest’anno, Sadiq el-Kebir, governatore della Banca Centrale Libica, ha stimato che i boicottaggi da parte delle milizie avevano causato perdite superiori ai 160 milioni di dollari. E il il Procuratore nazionale libico ha stimato che il furto e il contrabbando del carburante hanno provocato perdite complessive pari a 3,5 miliardi di dollari.

Turchia
Ma in ballo non c'è solo la Libia. Perché, nel report della Finanza, si fa riferimento anche alla rotta turca. La Turchia, per la verità, non è nuova ad episodi di questo genere: in passato è stata esplicitamente accusata dai servizi russi di chiudere gli occhi di fronte al contrabbando di petrolio effettuato dall'Isis attraverso il suo confine. Allora, i russi definirono il figlio del presidente turco Erdogan addirittura il "ministro del petrolio di Daesh", e indicarono alcune società di sua proprietà attraverso le quali lo avrebbe commercializzato in Europa. Il documento infatti parla di «gruppi jihadisti» che «trasportano il greggio su camion al confine con la Turchia, dove broker e trader lo comprano pagando in contanti». Da qui il carico partirebbe via mare o terra. 

Il ruolo dell'Isis
Le probabilità che l'origine di questo traffico sia l'Isis sono diverse, anche perché per i terroristi il petrolio è il principale (se non l'unico) mezzo di finanziamento. "Le capacità economiche dello Stato Islamico - si legge ancora nel documento della Finanza - sono subordinate alla sua capacità di raffinare e trasportare il petrolio". Secondo le Fiamme gialle, il ricavo dell'Isis si aggirerebbe sui 20-35 dollari al barile.

Lo zampino della mafia
Nell'indagine, però, si affaccia anche l'ombra della criminalità organizzata. Si tratterebbe di uno dei due contatti teorizzati dal Procuratore nazionale antimafia Franco Roberti tra terrorismo islamico e mafia: oltre al petrolio, la droga. Alcune indagini precedenti in giro per l'Italia, come a Venezia e in Puglia, hanno dimostrato l'interesse delle mafie per il greggio. I gruppi mafiosi normalmente creano società fasulle all'estero, con oggetto sociale la commercializzazione di benzina; si accreditano, falsamente, come esportatori abituali; vendono direttamente ai gestori di pompe di benzina a prezzi ribassati; chiudono subito dopo la società. In questo modo, evadono l'Iva e riciclano il denaro, guadagnando lo scorso anno, secondo il presidente di Assopetroli Andrea Rossetti, due miliardi di euro.