Esami di maturità, i consigli degli psicologi per affrontare l’ansia da prestazione

L’ansia da prestazione per l’esame di maturità è un ostacolo o uno stimolo? Dall’Ordine degli Psicologi dell’Emilia Romagna i consigli per affrontarla e gestirla

Esami di maturità
Esami di maturità (ANSA)

ROMA – E’ tempo di esami di maturità. E con essi è anche tempo di ansie. Ma l’ansia da prestazione che da sempre accompagna questo passaggio fondamentale è un ostacolo o uno stimolo? E come si può affrontare e gestire nel miglio modo possibile. Per rispondere alla domanda, l’Ordine degli Psicologi dell’Emilia Romagna ha analizzato il fenomeno per poi offrire i suoi consigli. Ogni mese di giugno, quando si chiude l’anno scolastico, per gli studenti che hanno affrontato l’ultimo anno della scuola superiore è giunto il momento dei bilanci e degli esami, scrive l’Ordine degli Psicologi ER in un comunicato. In primo piano tra i pensieri degli studenti c’è dunque l’esame di maturità. E, «sono tanti gli studenti che a ridosso del momento della valutazione si fanno prendere dall’ansia, per varie ragioni – scrivono gli psicologi dell’Ordine – Dalle aspettative dei genitori all’importanza del passaggio all’età adulta, dal timore per il futuro al sentire l’esame non solo come una prova sulla preparazione, ma anche come giudizio sulla persona».

Quando un po’ di ansia serve
Gli psicologi ritengono che l’ansia abbia comunque un ruolo non necessariamente negativo. Una certa dose si ansia è normale, ribadiscono. E anche positiva. «Spesso associata a segnali come attenzione fluttuante, sensazione di ‘testa vuota’, timore di non ricordare nulla di quanto studiato, l’ansia è in realtà fisiologica e necessaria per stimolare lo studio – sottolineano gli psicologi – Altre manifestazioni possono essere paura, senso d’inadeguatezza, irascibilità, cefalea, disturbi gastrointestinali ecc. In modo simile a quanto accade nello sport, serve per spingere a dare il massimo. Superata una certa soglia, però, non ha più la funzione di stimolo: può trasformarsi in ostacolo, compromettendo le performance dello studente e l’esito stesso dell’esame».

Da normale a patologica
Ma quando l’ansia è definibile ‘normale’ o ‘patologica’? Secondo gli psicologi il passaggio da una condizione all’altra è «questione di grado». «L’intensità, la frequenza e la durata temporale della sintomatologia sono gli elementi che ne definiscono la gravità, se aumentano eccessivamente possono far sfociare una comune ansia prestazionale in uno stato psicopatologico che va curato con l’aiuto di uno specialista. Le cause dell’ansia possono essere varie. Per esempio, il metodo di valutazione - che fa dipendere il voto finale in buona parte dai risultati delle prove d’esame e solo in minima parte dalla carriera scolastica - può stimolare emozioni forti e reazioni ansiose anche negli studenti più preparati. Anzi, a volte questi sono proprio i più colpiti dall’ansia, perché hanno di più da perdere».
«Oltre all’aspetto del superamento dell’esame, ci sono altre componenti – aggiungono gli psicologi – Il voto, per esempio, può essere determinante, rischiando di essere percepito come una valutazione di se stessi in senso più ampio, l’espressione del proprio valore come persona adulta. L’angoscia è causata dall’immaginare che un cattivo risultato possa far perdere la stima dei genitori e degli amici. Ecco che alla complessità psicologica di questa situazione si aggiungono spesso le aspettative dei genitori, che caricano di importanza la maturità, vivendo l’esito dell’esame come un giudizio sulla loro adeguatezza genitoriale».

Una tappa fondamentale
Un tempo il passaggio dall’età adolescenziale a quella adulta era favorito da dei ‘riti di passaggio’, cosa che oggi non usa più. Ma che spesso i giovani, inconsciamente, mettono ancora in atto. L’esame di maturità, se vogliamo, può essere considerato un rito di questo genere, una tappa fondamentale che i giovani devono raggiungere per sancire questo passaggio. Il quale, ribadiscono gli psicologi «spesso coincide non solo con il raggiungimento della maggiore età, ma anche con la necessità di organizzare in autonomia e responsabilità la propria vita. Rappresenta non solo la fine della scuola e la verifica di quanto si è studiato, ma anche un profondo cambiamento dell’esistenza, con conseguente coinvolgimento emotivo molto rilevante, assumendo così significato sia psicologico che sociale. Si può avvertire il peso della responsabilità, sia di dover fare una scelta per impostare e affrontare il proprio futuro – entrare all’università o nel mondo del lavoro – sia, e soprattutto, di dover sostenere in autonomia le conseguenze delle proprie decisioni».

Il ruolo determinante della famiglia
In tutto questo, così come dalla nascita del bambino, la famiglia ha un ruolo chiave, essenziale. I genitori devono essere consapevoli «della rilevanza del momento per lo sviluppo dell’indipendenza nei figli». La famiglia dovrebbe «riconoscere le capacità decisionali dei figli lasciando loro la giusta autonomia, assicurando nel contempo sostegno e vicinanza senza essere iperprotettivi. I ragazzi sanno quanto si sono impegnati nello studio e i genitori dovrebbero prenderne atto senza sovraccaricare di responsabilità e aspettative i maturandi con raccomandazioni e rimproveri che rischiano di accrescere inutilmente la tensione».
«È importante – concludono gli psicologi – supportarli e far capire che il voto che prenderanno non condizionerà la loro vita e che, soprattutto, non si tratta di un giudizio di valore sulla persona. Ciò che conta nella relazione è essere presenti con atteggiamento accogliente e capacità di ascolto, disponibile al dialogo e all’aiuto concreto, dando la giusta importanza all’avvenimento».