9 dicembre 2019
Aggiornato 06:00

«Lega Italia», si fa o non si fa?

L’obiettivo immediato è: saldare un popolo per tornare competitivi anche in caso di ballottaggio, eventualità dove l’attuale centrodestra resterebbe sconfitto adesso sia dal Pd sia, pesantemente, dal M5s

ROMA - A pochi giorni dalla debacle di Matteo Renzi, a destra dello scacchiere politico, sono essenzialmente due le novità che bollono in pentola. La prima è che qualcosa che somigli alla «Lega Italia», il rassemblement di cui tanto si discute, probabilmente si farà. La seconda è che questo «qualcosa» deve arrivare al più presto, per non perdere l'effetto urne, da cui è emerso il benservito all’esperienza del governo dell’ex rottamatore, «il terzo esecutivo senza legittimazione popolare».

La «foto di Firenze» supera quella di Bologna
Il risultato della piazza di Firenze di qualche settimana fa contro «il cortile di Stefano Parisi», come è stato ribattezzato dal cerchio intimo dei «quarantenni» l’appuntamento di Megawatt a Padova, ha galvanizzato e saldato l’asse generazionale tra Matteo Salvini e Giorgia Meloni. La «foto di Firenze», destinata a rottamare dal punto di vista dell’immaginario quella di Bologna di solo un anno fa con i due leader stretti di nuovo col Cavaliere, ha rilanciato le quotazioni di Giovanni Toti - governatore della Liguria e voce «pensante» di quella Forza Italia tanto vicina all’asse del Nord (con i governatori del Carroccio) quanto distante dal nazarenico «partito di Arcore» - sulla necessità di una federazione, se non direttamente di un partito unico stile Grand Old Party, a vocazione «trumpista» of course.

Riparte il destra-centro
Tutto, o in gran parte, dipenderà dalla legge elettorale con cui si andrà a votare, se l’Italicum rimarrà o verrà riformato senza listone unico. Resta il fatto, però, che dopo la vittoria-shock di Donald Trump negli States il piede sul progetto generazionale «nazional-populista» è tornato a pigiare sull’acceleratore. La cacciata antirenziana insomma, che non ha lasciato indifferente lo stesso Berlusconi (il quale, con l’ennesima giravolta, ha stoppato le velleità di Parisi, l’ennesimo delfino), ha riportato in alto – due anni e mezzo dopo la genesi del fenomeno, nato con la manifestazione della Lega a Roma – le quotazioni di quel destra-centro, dello schema a tre punte a guida identitaria, che da mesi impegna gli sherpa dei partiti che non ammettono ripensamenti sulla linea di non comunicazione con il governo, nemmeno sotto la minaccia della stabilità da garantire per tenere a bada spread e vertici Ue.

L’obiettivo: tornare competitivi contro i 5 Stelle
L’obiettivo immediato è: saldare un popolo per tornare competitivi anche in caso di ballottaggio, eventualità dove l’attuale centrodestra resterebbe sconfitto adesso sia dal Pd sia, pesantemente, dal MoVimento 5 Stelle. Il motivo? Mancanza di una leadership, certo. Ma soprattutto un’unità di contenuti e prospettive non percepita come organica e organizzata: l’ultimo nodo della polemica è dato dalla voglia di «proporzionale» rilanciata da Berlusconi che alimenta tra i giovani alleati i sospetti di dinamiche restauratrici della Prima Repubblica.

Il minimo comun denominatore: le primarie
Per questo motivo chi ha avuto modo di parlare in queste settimane con Matteo Salvini sa che il leader della Lega è intenzionato a superare proprio «quel centrodestra» per qualcosa di nuovo a cui parteciperà il suo Carroccio rivisitato in chiave «nazionalizzata». Giorgia Meloni, da parte sua, ha saggiato in questi mesi – oltre agli alti indici di gradimento personali - la capacità di penetrazione di Fratelli d’Italia con la prova dei comitati «No, grazie»: soggetti che hanno dimostrato la vitalità degli amministratori locali eletti e distribuiti in maniera soddisfacente ben oltre la roccaforte di Roma. La stessa buona riuscita della «Convenzione blu» di Raffaele Fitto – con tanto di abbraccio sul palco con la leader di FdI e con il grand commis della Lega, Giancarlo Giorgetti, nel nome di un programma fortemente euroscettico – ha dimostrato che il perimetro dell’intesa si allarga anche al Sud e soprattutto che un minimo comun denominatore esiste tra i tre leader anche sul metodo: quello delle primarie.

"Mr. Chili" Stefano Parisi si fa un partito
E Stefano Parisi? A tutto questo dice «no», e non si parla solo di referendum. Mr. Chili, dopo essere stato sedotto e prontamente abbandonato dal Cavaliere a causa della polemica con gli alleati ritenuta eccessivamente «divisiva», ha deciso di dare fisicità alla sua proposta «lib-pop» lanciando il movimento Energie per l’Italia. L’obiettivo dell’ex candidato sindaco di Milano è quello di voler offrire un’alternativa a quella che reputa la «sottomissione» dei cosiddetti moderati al blocco lepenista. Una soluzione, questa, vissuta dalla stessa classe dirigente di Forza Italia – quella fedele allo schema di alleanza con la destra – tutto sommato come una liberazione dall’«ennesimo sedicente delfinetto». Resta, però, il pesante endorsement che Berlusconi in questi ultimi mesi ha fatto nei confronti dell’azione di Parisi: una «scoria» – condita da retroscena su probabili indicazioni dell’ex ad di Fastweb come uomo per la transizione del Cav verso un governo di scopo in caso di vittoria del «no» – che rimane difficile da smaltire per i due «quarantenni» e leader di Lega e FdI.

Cosa sarà Lega Italia?
Anche per questo motivo il cantiere per «Lega Italia» è partito. Che sia una federazione, un partito unico in divenire, o «una matrioska» stile Cdu-Csu, sta di fatto che questa nuova entità si candida a declinare in Italia quell’onda lunga che anche Marine Le Pen in Francia è pronta a cavalcare a maggio. Se una fetta importante di Forza Italia poi – nonostante il freno-motore del leader - simpatizza apertamente ormai per questo orizzonte, che è decisamente altro rispetto al Ppe, significa che il «Legaforzismo d’Italia» inizia ad oscurare e a sostituire quella ventennale rivoluzione mancata chiamata «liberale».