8 maggio 2021
Aggiornato 14:00
Reintegrati attivisti partenopei

M5S, «nulle le espulsioni». Ecco cosa potrebbe succedere ora al partito di Grillo

Un'ordinanza del Tribunale di Napoli sancisce la «nullità» dell'ordinamento grillino e il reintegro di 23 espulsi. Creato un pericoloso precedente che potrebbe portare non pochi problemi in casa Cinque Stelle

ROMA – Il Tribunale di Napoli sospende le espulsioni decise dal Movimento 5 Stelle a danno di 23 attivisti partenopei. Il rischio ora è che l'ordinanza potrebbe mettere in discussione tutte le espulsioni calate dall'alto nel corso della vita del M5S. Secondo i giudici, i provvedimenti di esclusione comminati dai grillini rimanderebbero ad un regolamento da considerarsi nullo in quanto non rispondente alle modalità prescritte dal codice civile. In soldoni, giuridicamente, dunque, il famoso regolamento steso dalla Casaleggio Associati nel 2014 sarebbe inesistente.

I costi delle espulsioni
Da un punto di vista giurisprudenziale, l'ordinanza napoletana non può che segnare un giro di boa importante per il Movimento di Beppe Grillo. Soprattutto perché potrebbe portare ad un vero tracollo economico, dettato dalle richieste di risarcimento dati cui potrebbero ricorrere gli espulsi. Mario Canino – espulso dal M5S ed estromesso dalle liste grilline in Capitale – apre le danze del buffet delle casse del Movimento e lo fa avanzando una richiesta da 150mila euro. «Considerando che quelli che lo precedevano nella lista sono stati tutti eletti, il danno subito dal mio assistito appare più che evidente», sostiene l'avvocato di Canino. Ma dopo Canino potrebbero essere in tanti a minare la stabilità finanziaria del Movimento e del leader Beppe Grillo, il quale avrebbe definito «sporchi dentro» tre ricorrenti a Roma, tutti riammessi.

Quella «V» maiuscola sparita
All'origine di ogni ragionamento bisogna far riferimento ad una informazione imprescindibile: come fa notare Jacobo Iacoboni su La Stampa, l’associazione giuridica che sta procedendo alle purghe nel Movimento non è la stessa a cui sono iscritti gli espulsi, e agisce in violazione del codice civile. Non si fa riferimento, infatti, al «MoVimento cinque stelle» (con la «V» maiuscola, come nasce nel 2009), ma al Movimento cinque stelle, associazione nata nel 2014 che conta quattro iscritti: Beppe Grillo, Enrico Grillo, Enrico Maria Nadasi e Casaleggio. Modifica, questa, secondo Grillo, necessaria per potersi presentare alle elezioni, ma nei fatti strumento utile a far fuori i dissidenti con una certa disinvoltura.

Il diritto al dissenso nel partito
Il Tribunale partenopeo sancisce che la modifica del 2014 è da considerarsi nulla perché non sottoposta alla votazione dell'assemblea, mai riunitasi. In virtù di ciò una parte degli attivisti può essere reintegrata. Inoltre, checché ne dica Grillo e il suo entourage, però, quello del comico genovese risponde a tutti gli effetti ad un partito politico. Alla luce di ciò, il Movimento è chiamato a rispettare alcune regole, prima fra tutte quella della libertà del dissenso interno. Secondo il giudice, infatti, «di fatto ogni associazione con articolazioni sul territorio che abbia come fine quello di concorrere alla determinazione della politica nazionale si può definire «partito» ai sensi dell’articolo 49 della Costituzione».

Pizzarotti, il re degli emarginati
Come scrive Iacoboni, l'ordinanza napoletana mette nero su bianco un precedente senza pari per i grillini. Qualunque espulso dal M5S, infatti, potrà presentare ricorso allegando l’atto del tribunale di Napoli. Si muovono già gli «ex» espulsi: Roberto Motta – attivista romano reintegrato – la prossima settimana chiederà un'assemblea generale dei costituenti in cui si affronterà proprio il nodo espulsioni. A dare man forte al movimento nel Movimento è il re degli emarginati, il sindaco di Parma Federico Pizzarotti. Una mina vagante per il M5S, vicino ad un ricorso molto pericoloso, soprattutto per la coppia ormai accreditata Casaleggio Jr. e Luigi Di Maio.