23 ottobre 2019
Aggiornato 21:00

Centrodestra separato in casa: la sfida fra Berlusconi e Salvini-Meloni

La sfida, da locale che doveva essere, è diventata nazionale ed è di fatto una partita per conquistare la leadership, molto più che la poltrona di sindaco

ROMA - E' la frase più abusata degli ultimi anni nel centrodestra: «Uniti si vince». Il recente passato, d'altra parte, sostanzialmente lo conferma e pure i sondaggi delle ultime settimane darebbero ragione a questa tesi. E invece, la realtà è che la coalizione si è presentata alla tornata amministrativa più divisa che mai, regalando alle cronache psicodrammi degni di Beautiful, con accordi fatti di mattina e disfatti di notte, improbabili gazebo e candidati cambiati in corsa. Perché la sfida, da locale che doveva essere, è diventata nazionale e - nonostante tutte le smentite del caso - è di fatto una partita per conquistare la leadership, molto più che la poltrona di sindaco.

Lo schizofrenico centrodestra
I risultati della prima tornata hanno rispecchiato bene la schizofrenia del centrodestra di oggi: a Milano Lega e Forza Italia, uniti sotto un'unica bandiera, hanno visto il candidato Stefano Parisi arrivare al ballottaggio, mentre su Roma la situazione è ben più catastrofica. La Lega di Matteo Salvini appoggiava la candidata di FdI Giorgia Meloni, che, però, non è riuscita ad arrivare al ballottaggio. L'altro pezzo di centrodestra, quello rappresentato dalla lista «civica» di Alfio Marchini, sostenuto in extremis da Silvio Berlusconi, si è piazzato al quarto posto. Un centrodestra fuori dai giochi, dunque, in Capitale, dove al ballottaggio finiscono il Pd di Roberto Giachetti e il M5S di Virginia Raggi, mettendo a nudo la debolezza di un centrodestra incapace di compattarsi. Non sono mancati i commenti, aspri, del segretario della Lega che attribuisce il risultato insufficiente a Roma proprio al leader azzurro: «Mi spiace davvero, di cuore, per la Meloni. Ma lì purtroppo Berlusconi ha sbagliato, guardando al passato», dice ha detto il segretario della Lega. «Adesso bisogna ricostruire il centrodestra, ma su nuove basi e non certo sulle poltrone o guardando al passato. Un centrodestra forte, libero e orgoglioso», continua.

Due diversi modelli di centrodestra
A ben vedere in queste elezioni si sono fronteggiati due diversi modelli di centrodestra, plasticamente rappresentati dalla candidatura di Stefano Parisi a Milano e dalla spaccatura tra il sostegno a Giorgia Meloni e Alfio Marchini che si è verificato nella Capitale. Da una parte tutto il centrodestra unito, compresi Ncd e Corrado Passera, dall'altro una separazione netta tra l'asse nero-verde di Fdi e Lega, e il popolarismo di Forza Italia.

Le conseguenze delle amministrative
Quali conseguenze, dunque, deriveranno da queste amministrative sull'assetto della coalizione? Nel capoluogo lombardo effettivamente l'unità sembra fare la forza, tanto che il candidato – come da previsioni – è arrivato al ballottaggio. Quello di Milano, tuttavia, è un modello di centrodestra più vicino a Roberto Maroni che a Matteo Salvini che non perde occasione di ripetere che lui a fare alleanze con Alfano non ci pensa proprio, dimenticando provvidenzialmente proprio la 'sua' Lombardia. Segno che la necessità di mantenere potere e influenza valgono bene una turata di naso. Lo stesso segretario del Carroccio, poi, si è ben guardato dal candidarsi a sindaco, limitandosi a 'testare' il suo gradimento presentandosi come capolista.

Alla conquista della leadership
A Roma, però, la storia è completamente diversa. E non è un caso. Perché non è lì il core business del segretario leghista e dunque è stato semplice trasformarla in campo di scontro per lanciare ufficialmente a Silvio Berlusconi la sfida per la conquista della leadership del centrodestra. Se Giorgia Meloni fosse arrivata al ballottaggio, l'asse nero-verde - che poi rappresenta anche la (ex) nuova generazione contro la vecchia - avrebbe avuto più frecce al suo arco. Lo stesso sarebbe valso per Silvio Berlusconi nel caso che a conquistare il secondo turno fosse stato il suo candidato, Alfio Marchini. Ora che entrambi sono stati esclusi dal ballottaggio, tornerà di gran moda il tormentone di cui sopra dell'uniti si vince: e d'altra parte il terreno per una prossima battaglia comune già c'è ed è quello del referendum costituzionale.

La sfida di Giorgia Meloni
Una partita a parte è quella che si è giocata Giorgia Meloni, di fatto quella che ha rischiato di più perché alla fine - a differenza di Salvini - si è messa in gioco personalmente: non essere arrivata al ballottaggio a Roma comporta, per forza di cose, che le sue ambizioni nazionali per il futuro vengano ridimensionate. Quel che è certo è che il tentativo di Matteo Salvini di togliere la leadership del centrodestra al capo di Forza Italia non finirà con la tornata amministrativa. Come ha scritto nel suo libro, infatti, «Berlusconi non è più il leader», «tocca a me l'onore e l'onere di guidare l'opposizione contro il Pd».

(con fonte Askanews)