22 settembre 2020
Aggiornato 14:00
Intanto scende in campo anche la Pivetti

Se Roma è la spia di quello che non funziona (ancora) nel centrodestra

Non solo Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni hanno deciso di blindare Bertolaso nonostante le consultazioni indette da Salvini; oggi, anche Irene Pivetti ha annunciato la propria candidatura. E il caos romano diventa sempre più la spia di un progetto politico che ancora stenta a trovare dei punti fermi.

ROMA - C'era da aspettarselo: la brutta situazione del centrodestra a Roma rimane tristemente aperta, e senza una soluzione apparente a portata di mano. Dopo la conferenza stampa di Salvini a Montecitorio in cui ha annunciato i pallidi risultati delle consultazioni leghiste, Silvio Berlusconi ha invitato il leader del Carroccio a non condannarsi all'isolamento e a tornare sui suoi passi. «Bertolaso non è stato scelto da me, ma il suo nome è stato condiviso da tutti e tre. Erano presenti tutti quando abbiamo deciso», ha dichiarato il Cav. Che peraltro è pronto a inaugurare, tra due giorni, la campagna elettorale dell'ex capo della Protezione Civile: per quanto gli riguarda, Bertolaso rimane l'unico candidato di Forza Italia per la Capitale. L'aspirante sindaco sarà oggi a Palazzo Grazioli per incontrare lo stato maggiore del partito e definire nel dettaglio strategia e appuntamenti della campagna elettorale. Sempre per oggi, è previsto un vertice tra i tre leader della coalizione per discutere delle candidature nelle altre città italiane. Intanto, Libero annuncia una nuova bomba pronta a far esplodere il centrodestra: scende in campo anche Irene Pivetti, e lo comunica ufficialmente attraverso un post su Facebook. A questo punto, la destra (variamente intesa) ha ben quattro candidati (variamente sostenuti), sempre che alla fine Giorgia Meloni non decida di apprestare una propria candidatura «d'emergenza». Non il miglior presupposto per strappare la Capitale dalle grinfie della sinistra.

Un'identità che fatica a costruirsi
La verità è che il caos romano è una spia incontrovertibile di come il progetto lanciato in pompa magna l'8 novembre scorso da Bologna nasca già con una lista di difficoltà non indifferente. Le uniche cifre identitarie sembrano rimanere il contrasto all'immigrazione (pur con una certa differenza di toni) e la difesa della famiglia naturale. Per il resto, manca ancora una visione non solo su che cosa debba essere l'Italia nei prossimi anni, ma soprattutto che cosa debba essere il centrodestra stesso per l'Italia. E la caotica e triste vicenda romana è, in piccolo (se così si può dire), la più palese dimostrazione di tale mancanza di visione. Lo scrive anche l'Occidentale: «Le gaffe di Bertolaso, la sua storia, le sue dichiarazioni continue di contiguità con l’avversario sono la più evidente dimostrazione di questo fallimento, di questa incapacità culturale e politica. Non solo per l’impossibilità ad individuare nelle proprie file  un soggetto credibile ma, soprattutto, perché non si è stati in grado di costruire per tempo una alternativa capace di allargare il perimetro del proprio schieramento politico, avendo, però, una serie di riferimenti chiari ed intellegibili per il popolo del centrodestra». Anzi: l'ormai famigerato scivolone sui rom, con la conseguente prova di forza di Salvini, denuncia come neppure i temi apparentemente più condivisi siano esenti da scontri e divisioni, di forma o di sostanza.

Un metodo che non funziona
Per non parlare, poi, del «metodo» con cui si è arrivati a scegliere Bertolaso: un metodo su cui sono pesati i veti e i compromessi al ribasso, i mal di pancia e i dietrofront, nonché la totale mancanza di pragmatismo. Non è un caso che Matteo Salvini, aspirante leader della futura (se ci sarà) coalizione, sia tornato ad invocare le primarie. Una candidatura non condivisa e non convincente sulla Capitale, del resto, potrebbe compromettere il progetto nazionale, risultandone il contraltare fallimentare. Ma il rifiuto di Berlusconi e di Giorgia Meloni è piuttosto significativo di come, ad oggi, quel progetto stenti a prendere il volo. Le scissioni - è piuttosto evidente - non pagano. Ma pagano ancora meno gli improbabili calderoni senza accordo né identità. Serve qualcuno che imprima una direzione. E se è chiaro a tutti che questo «qualcuno» non potrà essere più il Cavaliere (che però ancora punta i piedi e stenta a riconoscerlo), al momento si capisce meno chi potrà essere il nuovo faro. Prima di chiarirlo, gli ostacoli da superare sono molti. Primo fra tutti, quello di Roma, che rischia di essere il teatro dove il popolo della destra vedrà infrangersi il suo sogno.