15 novembre 2019
Aggiornato 05:30
17 gennaio per celebrare rapporti tra cattolici ed ebrei

La Sinagoga di Roma attende il Papa domenica

Amicizia antica con gli ebrei quella di Papa Francesco, ma non mancano momenti di tensione, come quando la Santa Sede ha riconosciuto lo Stato di Palestina. Al centro dell'incontro di domenica tante le tematiche, tra cui il rapporto tra ebrei e cristiani, fatto - a detta di Francesco - di collaborazione e benevolenza

CITTA' DEL VATICANO - Una lunga amicizia con la comunità ebraica già quando era arcivescovo di Buenos Aires, qualche polemica con Israele al momento in cui la Santa Sede ha riconosciuto lo Stato di Palestina, convergenze teologiche testimoniate da personalità come il rabbino argentino Abrahm Skorka, qualche appunto che gli è stato rivolto dall'ebraismo romano. Si colloca in questo quadro composito la visita che Papa Francesco farà domenica prossima, alle 16 alla sinagoga di Roma.

Il problema dell'estremismo dilagante
Al centro della visita potrebbe finire, quanto meno nell'attenzione mediatica, un tema di grande attualità, esploso da ultimo in Europa con gli attentati terroristici a Parigi. «Il mondo è insanguinato da conflitti», ha detto nei giorni scorsi al giornale dei vescovi italiani Avvenire il rabbino Riccardo Di Segni. «Siamo preoccupati per l'estremismo dilagante e le violenze che si compiono in nome delle religioni, per gli indirizzi che possono prendere certe scelte politiche. Il nostro incontro vuole concordemente dare un segnale che è attualissimo, importantissimo e urgente: il messaggio che l'appartenenza a una fede, a una religione non deve essere motivo di ostilità, di odio e di violenza ma è invece possibile costruire una convivenza pacifica, sul rispetto e la collaborazione proprio in nome della propria religione».

Il rapporto ebrei-cristiani
Sono molti altri, però, i temi e i nodi che sottendono la visita di Jorge Mario Bergoglio al tempio maggiore su lungotevere de' Cenci. Francesco è il terzo Pontefice, dopo Giovanni Paolo II nel 1986 e dopo Benedetto XVI nel 2010 a compiere la visita nella sinagoga. «La visita di Giovanni Paolo II - sono sempre parole del rabbino Di Segni - è stata uno spartiacque nei rapporti ebraico-cristiani. La seconda di Benedetto XVI ha sottolineato, con il suo stile, una continuità». Ora per il Papa del «popolo di Dio», «il Tempio strapieno, al limite della capienza». «La presenza istituzionale italiana è pertanto ridotta all'essenziale. In prima fila sarà il popolo della Comunità ebraica nelle sue varie componenti: da chi si occupa dei poveri alle famiglie colpite dal terrorismo, ai giovani, agli ex deportati che costituiscono le diverse sfaccettature odierne e rappresentative di una comunità storicamente dirimpettaia al Vaticano».

L'importanza del 17 gennaio
Il 17 gennaio, data che ricorda la chiusura del campo di concentramento nazista di Auschwitz, è anche la giornata scelta in Italia per celebrare i rapporti tra cattolici ed ebrei. Occasione che fornirà un altro spunto tematico alla visita. Il cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell'unità dei cristiani, ha sottolineato sull'Osservatore Romano che la visita ribadirà un concetto caro a Francesco: «E' assolutamente impossibile essere cristiani e, allo stesso tempo, essere antisemiti».

Tensioni e armistizi
Sono noti i cordiali rapporti di Jorge Mario Bergoglio con la comunità ebraica sin da quando era arcivescovo di Buenos Aires. Una lunga amicizia lo lega al rabbino argentino Abraham Skorka, che accompagnò Francesco anche nella sua visita a Gerusalemme nel 2014 assieme ad un altro amico argentino, il musulmano Omar Abboud. Non manca qualche motivo di tensione. In un'intervista uscita tempo fa sull'Espresso, lo stesso rabbino Di Segni, pur esprimendo parole di stima per Francesco, aveva però notato: «Ripropone l'idea che, con l'arrivo di Gesù, il Dio dell'Antico Testamento è cambiato: prima era severo e vendicativo, poi è diventato il Dio dell'amore. Quindi gli ebrei sono giustizialisti e i cristiani buoni e misericordiosi. E' un'aberrazione teologica molto antica, che è rimasta una sorta di malattia infantile del cristianesimo». Ancora, «continuare a usare, come fa il Papa, il termine 'farisei' con una connotazione negativa può rinforzare il pregiudizio in un pubblico non preparato». Di recente, peraltro, la Commissione vaticana per i rapporti religiosi con l'ebraismo ha pubblicato un documento che esclude. Tra l'altro, una missione istituzionale di conversione dei cristiani in relazione agli ebrei. «Ma non tutto è risolto», ha commentato DI Segni ad Avvenire, «diversi aspetti debbono ancora essere sviluppati e approfonditi. Posso dire che si tratta fin qui di un onorevole armistizio».

Collaborazione e benevolenza
Il Papa, da parte sua, ricordando i 50 anni della dichiarazione conciliare Nostra aetate, a ottobre scorso, ha sottolineato la «vera e propria trasformazione che ha avuto in questi cinquant'anni il rapporto tra cristiani ed ebrei»: «Indifferenza e opposizione si sono mutate in collaborazione e benevolenza. Da nemici ed estranei, siamo diventati amici e fratelli. Il Concilio, con la Dichiarazione Nostra ætate, ha tracciato la via: 's« alla riscoperta delle radici ebraiche del cristianesimo; 'no' a ogni forma di antisemitismo e condanna di ogni ingiuria, discriminazione e persecuzione che ne derivano». Su un piano più politico, se la sua dichiarata volontà di aprire gli archivi relativi alla controversa figura di Pio XII, il recente accordo bilaterale con lo Stato di Palestina ha suscitato le critiche di Israele, che nella sinagoga sarà pure rappresentato da un esponente politico.

(con fonte Askanews)