20 gennaio 2020
Aggiornato 17:30
Il derby infinito

Milano capitale morale? A Roma la politica immorale

Il presidente dell'Anticorruzione Raffaele Cantone dovrebbe sapere bene che anche all'ombra del Duomo sono scoppiati fior di scandali. E che le colpe del disastro romano sono soprattutto della politica nata fuori dalla capitale

ROMA – Incoronando Milano a «capitale morale» e sostenendo che, al contrario, Roma non abbia «gli anticorpi» necessari a combattere il malaffare, il presidente dell'Autorità anticorruzione Raffaele Cantone non ha solo ripetuto una banalità trita e ritrita, perpetuato un luogo comune che si porta avanti immutato ormai da decenni. Peggio, ha detto una falsità: pur essendo fin troppo consapevole che dietro alla sua retorica renziana non si nasconde nessun fondamento concreto. Milano, infatti, è la città dell'Expo: il cui bilancio finale è fondamentalmente positivo, ma non cancella le grandi mancanze emerse sia sul fronte organizzativo (pensiamo alle code chilometriche degli aspiranti visitatori) che su quello della tanto sbandierata moralità. E Cantone dovrebbe saperlo meglio di chiunque altro, visto che proprio la sua Anac intervenne nel bel mezzo delle gare d'appalto per neutralizzare l'assalto degli scandali tangenti che travolsero le vecchie conoscenze della prima Repubblica, i super dirigenti di Comune, Regione e governo e perfino il vice del commissario Sala. E le mazzette di Expo non sono che la punta dell'iceberg: Milano è anche la città che in questi ultimi decenni ha prodotto Tangentopoli, il sistema Formigoni e quello Maroni, la Minetti, il Trota, Berlusconi e la sua corte, fino al vicepresidente regionale Mario Mantovani arrestato solo poche settimane fa nell'ambito dell'ultima inchiesta in ordine di tempo. Bella capitale morale.

Le colpe dei partiti
Sia chiaro, non intendiamo affatto assolvere Roma, il cui disgustoso elenco di schifezze potrebbe essere altrettanto lungo: Buzzi, Carminati, Mafia Capitale, le mangiatoie di Atac, Ama e del Comune, i dipendenti assenteisti e infedeli, gli amministratori venduti a tutti i livelli della cosa pubblica. Tra la capitale morale, molto presunta, e quella reale, però, c'è una fondamentale differenza: il comportamento della politica. All'ombra del Duomo il centrosinistra è stato in grado di presentare un sindaco come Giuliano Pisapia, che parla poco e a bassa voce e lavora tanto e con efficienza, che non pensa al consenso (tanto che non si ricandiderà) ma al bene dei suoi cittadini, anche di quella cospicua fetta che all'inizio del suo mandato non simpatizzava certo per lui.

Cosa accadrà?
Per la capitale, che in quanto tale dovrebbe rappresentare una situazione di rilevanza nazionale, invece, il Partito democratico, proprio quando la pessima gestione di Gianni Alemanno avrebbe regalato una vittoria facile a qualsiasi loro candidato, non ha saputo trovare di meglio di Ignazio Marino. Prima candidandolo malvolentieri, poi bloccando qualsiasi suo tentativo di ripulitura delle istituzioni, infine scaricandolo non appena gli si è presentata l'occasione di accollargli tutta la colpa. I risultati si vedono nel tragicomico psicodramma a cui assistiamo in questi giorni: con un sindaco dimissionario che ritira le sue dimissioni e un segretario del suo partito che gli chiede di andarsene prima ancora di sedersi a un tavolo a discutere. Difficile, a tre giorni dalla data del commissariamento, prevedere cosa accadrà, anche se tutti i pronostici danno per impossibile una lunga permanenza di Marino, sfiduciato dal partito, dalla Giunta e da molti consiglieri. Noi ci permettiamo solo dai sottolineare come questa crisi della politica, ovvero del più importante di quegli "anticorpi" invocati dal discorso dell'Anticorruzione, non nasca a Roma (che l'ha sostanzialmente subita impotente), ma sull'asse tra Genova, città di nascita di Marino, e Firenze, quella di Matteo Renzi. E anche questo Raffaele Cantone, il più renziano dei magistrati, dovrebbe saperlo bene.