Marino-Che Guevara prepara la guerriglia a Matteo Renzi
Il sindaco, forse ex, cita il guerrigliero argentino: «Siamo realisti, vogliamo l’impossibile». Ovvero, ritirare le dimissioni e dare uno sonoro schiaffo in faccia al premier. Così una manifestazione di cinquecento fedelissimi basta a mandare in pezzi il Pd
ROMA – «Siamo realisti, vogliamo l’impossibile». La citazione di Che Guevara, che ha scelto per coronare la manifestazione dei suoi sostenitori ieri in Campidoglio, è perfetta per descrivere la situazione di Ignazio Marino. Non che il timido e pacifico chirurgo dal volto di Harry Potter sia troppo credibile nei panni del guerrigliero arruffapopolo. Ma certamente di imprese impossibili, nel suo breve mandato, il sindaco forse ex è stato in grado di compierne parecchie: vincere le primarie e poi le elezioni da elemento estraneo e perfino poco sopportato dal suo partito; cominciare quella pulizia del Comune dalla corruzione e dal malaffare che purtroppo ha abbandonato proprio sul più bello; amministrare una città pur essendo evidentemente incapace di farlo; resistere sulla poltrona di primo cittadino per due anni e mezzo anche quando non solo la politica ma anche gran parte della cittadinanza ormai non era più con lui.
La tentazione di ripensarci
Eppure quella che si prefigge oggi è la più impossibile di tutte: ritirare le dimissioni già rassegnate e tornare in sella come se lo scandalo degli scontrini non fosse mai successo. La sua reazione più decisa è arrivata nettamente fuori tempo massimo, solo al termine di settimane di balbettii e giustificazioni poco credibili, ma è bastata a scuotere un panorama politico romano ormai sull'orlo del coma vegetativo. Il Movimento 5 stelle se la ride e passa all'incasso; il centrodestra si incarta sulle accuse reciproche e intestine tra l'ex sindaco Gianni Alemanno e la futura candidata Giorgia Meloni; il centrosinistra è in pieno psicodramma. Perché se Marino ha gestito in modo politicamente dilettantesco tutta questa vicenda, la sua fortuna è di essersi trovato contro nel Pd romano dei capi ancor più inetti di lui.
Pd a pezzi
Così un assembramento di cinquecento sostenitori del sindaco duri a morire, che non a caso hanno esposto in bella mostra numerosi cartelli anti-dem (il più tenero era «Renzi stai sereno») è stato sufficiente a mandare in mille pezzi un partito ormai svuotato, privo di controllo del territorio, tutto assorbito dalla sola figura del suo leader assoluto. Il premier-segretario Matteo Renzi reagisce scappando in Sudamerica, senza spiccicare parola. Il suo luogotenente romano Matteo Orfini fa il duro, confermando la sfiducia a Marino, ma in realtà teme di non avere i numeri per un'eventuale conta in Consiglio comunale, dove dei diciannove consiglieri Pd almeno dieci starebbero ancora con il primo cittadino. Il resto degli eletti si spacca tra i renziani per interesse e i mariniani per vendetta. E Marino sogna quell'impossibile sgambetto, o in aula al Campidoglio oppure, ancor peggio, alle prossime primarie. Certo, dispiace vedere che questo psicodramma si consumi sulla pelle di una città in totale disfacimento, che non ha speranze di soluzioni immediate, almeno fino all'arrivo della prossima Giunta. Eppure, se la crisi romana diventasse l'occasione per un riscatto nazionale, per assestare un colpo al malgoverno di Matteo Renzi, forse potrebbe anche valerne la pena. Noi aspettiamo pazienti in poltrona, con i pop corn in mano, di gustarci lo spettacolo: la prossima puntata sta per andare in onda.
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