12 marzo 2026
Aggiornato 11:39
Legge di stabilità

L'unica crescita che insegue Renzi è quella dei suoi voti

Quella varata ieri dal governo è la solita manovra elettorale. Che taglia troppo la sanità e troppo poco le tasse, che rimanda o cancella gli interventi pesanti per l'economia e invece butta soldi in una valanga di misure spot

ROMA – Se un marziano fosse atterrato ieri in Italia, per fargli capire chi è il nostro presidente del Consiglio sarebbe bastato mostrargli la conferenza stampa della legge di stabilità. La manovra economica 2015, infatti, è un puro distillato di Matteo Renzi. In un solo provvedimento, riassume tutte le caratteristiche politiche del premier, che in questi due anni gli italiani hanno imparato a conoscere a loro spese: tanto fumo e niente arrosto. Di tweet, di slide, di annunci ce n'è a iosa: l'aumento delle soglie del contante, i superammortamenti per gli investimenti, gli interventi per le case popolari e contro la povertà, i fondi per la cooperazione internazionale, quelli per l'Ilva, la Salerno-Reggio e la Terra dei Fuochi, gli incentivi per il rientro dei cervelli in fuga e, perché no, anche una batteria di pentole e una bici col cambio Shimano. Poi, facendosi faticosamente strada nella valanga di parole e cercando di non affogarci dentro, uno cerca di grattare la superficie e di andare a vedere i numeri. E qui si scopre tutto il bluff. Queste decine di interventi tanto sbandierati non valgono che poche centinaia di milioni di euro ciascuno. Pochi spicci, assolutamente insufficienti ad incidere pesantemente sull'economia italiana. I capitoli più sostanziosi, quelli che riguardano le vere emergenze del Paese, dal lavoro alle pensioni, vengono invece ridotti (gli sgravi fiscali per le assunzioni sono stati dimezzati e andranno lentamente a sparire) o rimandati a chissà quando (di riformare la legge Fornero manco se ne parla, c'è solo una mancia per passare al part time in vista della pensione).

Quei conti lasciati da pagare
La vera ciccia della legge di stabilità, anche stavolta, è fatta di tagli. I tagli veri, ovvero quelli imposti ai ministeri. Che, ovviamente, non andranno ad incidere direttamente sugli sprechi (la promessa spending review frutterà al massimo la metà del previsto, tanto che l'ennesimo commissario, Roberto Perotti, si è dimesso proprio ieri), ma saranno lineari, come ai tempi del buon Tremonti: mannaie che cadranno sulla testa di tutti, la più sanguinosa delle quali riguarda proprio la sanità, alla faccia de «la salute non si tocca». E i tagli finti, ovvero quelli delle tasse. Si potevano detassare le imprese e il lavoro, invece Matteo ha preferito dare la priorità a quelle imposte più antipatiche agli elettori e che quindi gli possono fruttare più voti alle elezioni amministrative: la Tasi sulle prime case e il canone Rai. Queste misure, che più che l'economia aiuteranno la campagna elettorale del Pd, pesano per circa 5 dei 27 miliardi della manovra. Il resto, oltre 17 miliardi, va a coprire le spese fatte dagli ultimi governi, per evitare l'ulteriore aumento automatico di Iva e accise. Insomma, si pagano oggi le manovre di Monti e di Letta: in attesa di capire come verrà pagata questa, visto che sei miliardi di euro ancora ballano, e né Renzi né Padoan hanno spiegato come li tireranno fuori. Tanto alla fine, prima o poi, qualcuno che caccia i soldi lo troveranno comunque. Indovinate chi.