2 giugno 2020
Aggiornato 13:00
Le ultime ore di un sindaco accerchiato

La farsa di Marino non cancella le colpe del Pd

Il primo cittadino si convince a dimettersi dopo che il Partito democratico gli minaccia la sfiducia. La fine indegna di un politico forse non così perbene come lo si dipingeva. E di un partito responsabile dello sfacelo, e che ora tenta di nascondersi

ROMA – Cosa avrebbe detto il compagno Marx, a più di un secolo di distanza, assistendo alle gesta dei suoi cosiddetti successori? La stessa massima che sosteneva in una delle sue frasi più famose: «La storia si ripete sempre due volte: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa». Proprio quello che sta accadendo in queste ore a Roma. La tragedia di una città in balìa del malgoverno, della spazzatura, dei mezzi pubblici al collasso, degli scioperi, dei disservizi si è trasformata nella farsa di un sindaco asserragliato per ore nel suo bunker in Campidoglio, prima di accettare la sconfitta e dare le dimissioni.

L'incredibile risposta di Marino
Perché, stavolta, le difese d'ufficio sfoderate in passato per le multe della Panda rossa, per le collusioni dei suoi in Mafia Capitale, per il funerale dei Casamonica, per i viaggi all'estero, per i battibecchi con il Papa, non bastano più. Stavolta è peggio, molto peggio. Di fronte allo scandalo degli scontrini, e ai dubbi grossi come macigni che abbia potuto ripetutamente mentire a tutti i romani, nascondendo dietro presunte cene di rappresentanza le sue privatissime feste in famiglia, Ignazio Marino non ha trovato miglior risposta che promettere: «Restituirò 20 mila euro di tasca mia e darò indietro la carta di credito». Come se il problema fossero (solo) i soldi, e non l'onorabilità di un primo cittadino che fino ad oggi si era fatto scudo contro tutto e a tutti della propria, presunta, onestà. È proprio questo che a Marino è sempre mancato, e gli manca perfino oggi che si trova nell'occhio del ciclone: la capacità di comprendere il sentimento popolare, l'empatia con quei romani che avrebbero dovuto essere la sua gente, e a cui invece ha sempre lanciato solo messaggi stonati e fuori luogo. Una colpa non solo comunicativa, per un sindaco che proprio sul sostegno della società civile avrebbe dovuto costruire la rinascita della Capitale ferita e infetta.

Ma il Pd non si può nascondere
Che alla fine ci ripensi entro il limite dei 20 giorni che lui stesso ha indicato, o che piuttosto si faccia impallinare dalla sfiducia in Consiglio comunale, appare comunque ormai inevitabile che la sfortunata avventura amministrativa di Ignazio Marino al Comune di Roma sia avviata verso la conclusione. Quello che però proprio non possiamo accettare è che a moralizzatore di tutto questo marciume si erga proprio il Partito democratico. Oggi i piddini si sono dimessi in massa (il vicesindaco Marco Causi, gli assessori Stefano Esposito e Luigina Di Liegro) e hanno promesso la mozione di sfiducia. Ma scaricando il sindaco fuori tempo massimo non possono certo pensare di cancellare le loro responsabilità politiche. Sono stati loro a candidare Marino a sindaco, in mancanza di alternative per sostituire un Nicola Zingaretti dirottato in fretta e furia alla presidenza della Regione. Sono stati loro a mettergli i bastoni tra le ruote quando, a inizio consiliatura, provava a fare pulizia dalla corruzione e dagli affari sporchi che, secondo le inchieste, coinvolgevano anche molti esponenti «dem». E, infine, sono stati loro a rinviarne la caduta, nel timore (anzi, nella certezza) di perdere le prossime elezioni. Fino a quando tutto questo è diventato insostenibile, ovvero fino a quando si sono resi conto che la zavorra Marino avrebbe in realtà finito per trascinare a fondo anche l'immagine di Renzi. Di morale e di politico, in queste considerazioni, non c'è proprio nulla: c'è solo il tornaconto personale del partito, quello che è stato regolarmente messo davanti all'interesse della città di Roma. Ma a cancellare i misfatti del Partito democratico dalla memoria dei romani non basteranno due scontrini. Se ne accorgeranno al ritorno alle urne.

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