6 dicembre 2019
Aggiornato 01:00

Matteo studia da statista

Vogliono diventare un partito di lotta e di governo. E per farlo devono uscire dai loro confini: smetterla di parlare alla pancia e iniziare a parlare alla testa. Ecco come il segretario leghista può trasformarsi nel vero anti-Renzi

ROMA «La Lega sarà un partito di governo». Prima ancora di annunciarlo al suo popolo riunito sul sacro prato di Pontida, Matteo Salvini ha presentato il suo programma per il futuro del partito dalle colonne del Corriere della Sera. Persino la scelta della testata non è casuale; anzi, segnala la sua volontà di rivolgersi ad un ben preciso pubblico: non agli indignati esagitati che leggono Libero o Il Giornale (e, un tempo, La Padania), ma alla borghesia moderata. Perché è vero che, come lui stesso ricorda non senza orgoglio, «noi in due anni siamo passati dal quattro al 16%», ma per diventare un vero partito di governo la Lega ora deve fare la corte ai moderati. Che in Italia, dalla Dc passando per Forza Italia fino ad arrivare a Renzi, hanno sempre rappresentato la silenziosa maggioranza dell'elettorato.

Rotolando verso Sud
I padani, insomma, sono finalmente costretti ad uscire dai propri confini. Ideologici, ma innanzitutto geografici. Con buona pace di Umberto Bossi, che ha mugugnato: «Se esce un partito nazionale, Matteo rimane da solo a farlo. La Lega non può essere nazionale, finché ci sono io non c'è niente di nazionale, c'è solo nazional-padano». Il suo successore gli ha risposto, con tanto rispetto quanta determinazione: «È nostro dovere aprirci e guardare al mondo, non solo al Monviso che ovviamente rimane nella mia testa e nel mio cuore». E ancora: «Io ho imparato e devo tutto a chi mi ha preceduto. Se c'è qualcosa di diverso sono i voti e i voti in politica contano». Il primo passo lo ha compiuto alle ultime elezioni regionali, dove però le liste sudiste di Noi con Salvini non hanno fatto il botto sperato: quasi ovunque, dalla Puglia alla Sicilia, hanno oscillato tra il 2 e il 5%. Con le parole d'ordine anti-rom e anti-immigrati, il segretario è riuscito a resuscitare la Lega, è vero, ma ormai questa strategia sembra giunta al suo limite naturale, avendo aggredito tutta la nicchia di elettorato più sensibile a questi temi. Per sfondare al Meridione e tra i moderati, Salvini deve cambiare linguaggio: non parlare più alla pancia, ma alla testa.

Gli immigrati non fanno più paura
Questo lo ha capito bene lui stesso: «Una volta al governo non dirò più vaffanculo», ha promesso. Non che la Lega faccia marcia indietro sull'immigrazione, intendiamoci: «Su quello non arretro di un millimetro», ha proseguito sempre al Corriere. Soltanto che, ormai conclusa una campagna elettorale dominata dall'emergenza migranti, le sue priorità sembrano cambiate:  «L’Italia va liberata, non dall’occupante straniero, ma da uno statalismo che non allenta la presa, anzi: azzanna più forte». Ed è cambiato perfino l'obiettivo della sua ruspa: «La uso per Renzi, non per qualcun altro. La usiamo per far ripartire il lavoro». Questa Lega 2.0 funzionerà o rischia di far disamorare i nordisti storicamente più fedeli? Lo vedremo solo col tempo. Certo è che, al momento, non sembrano esserci all'orizzonte altri tentativi politicamente così concreti di costruire un'alternativa. Salvini ha scelto di proporsi come l'anti-Renzi, senza farsi confinare nel recinto dei movimenti di protesta da cui i grillini faticano tuttora ad uscire.

I due temi caldi
Per giunta, la Lega ha davanti a sé letteralmente una prateria di astensionismo da conquistare. Facendo leva su due temi che stanno tradizionalmente molto a cuore all'elettorato moderato, ma sui quali il governo balbetta e Berlusconi tace del tutto. Il primo è l'Europa: oggi Salvini non parla più di abbandonarla, ma giustamente insiste sulla necessità di sbattere i pugni sul tavolo di Bruxelles, cosa che Renzi si guarda bene dal fare. Il secondo è il fisco: in particolare, l'asso nella manica leghista è la cosiddetta flat tax, l'aliquota unica. Che può funzionare, a patto però che, un secondo dopo aver introdotto il taglio delle tasse, lo Stato si mostri inflessibile contro gli evasori fiscali, che a quel punto non avranno più l'alibi delle imposte troppo alte. Salvini ha dimostrato finora di essere un buono stratega. Vedremo se saprà essere anche un fine tattico.