25 giugno 2019
Aggiornato 07:30
Incontro-scontro con Matteo Salvini

Gli industriali vogliono sporcarsi le mani

Il leader della Lega non ha bucato il video a Santa Margherita Ligure e la sua ricetta anti Europa e anti euro non ha trovato il consenso dei «giovani» imprenditori. Ma è piaciuta la sua franchezza. Di Maio invece ha snobbato gli industriali della sua generazione e non sono mancate le stoccate.

ROMA- Gli industriali non ci stanno più a fare la parte delle comparse sul palcoscenico della politica. Perlomeno non ci stanno più i «giovani» industriali che, come ogni anno, si sono dati convegno a Santa Margherita Ligure.

I «GIOVANI»: VOGLIAMO CONTARE - Questa presa di posizione dei «giovani» della Confindustria può essere considerato un colpo di scena, dopo che negli ultimi anni da parte del mondo delle imprese c’è stata una sorta di abdicazione, un passo indietro rispetto ai luoghi dove vengono prese le decisioni che contano per il Paese. Si tratterà di vedere fino a che punto i «grandi» condivideranno questo cambio di passo che i «giovani» hanno invocato nel loro convegno. Di sicuro c’è che la Confindustria negli ultimi tempi ha perso il peso politico che in passato nessuno aveva osato mettere in discussione. La presidenza Squinzi, sia che sia stata una scelta dell’industriale della Mapei, sia che sia stato l’effetto indesiderato di una strategia low profile, si sta dimostrando come una delle più incolori nella storia dell’associazione di Viale dell’Astronomia. L’ultima prova di questa ininfluenza l’ha messa in evidenza il Presidente del Consiglio. Nel giorno dell’assemblea degli industriali che eccezionalmente quest’anno si è tenuto dentro il villaggio dell’Expo, Matteo Renzi ha preferito recarsi a far visita agli stabilimenti della ex Fiat di Melfi, regalando una vetrina istituzionale a Sergio Marchionne che ha portato l’azienda degli Agnelli fuori dalla Confindustria anche prima di trasformarsi in Fca e di traslocare con armi ed utili a Londra e Amsterdam.

SQUINZI ININFLUENTE - Quale è la novità rispetto ai «grandi» urlata dai «giovani»? Semplice: il rifiuto di celarsi dietro gli interessi di bottega, come prima cosa; la volontà di far sentire la propria voce dove ci si occupa, o ci si dovrebbe occupare, degli interessi generali del Paese, come obiettivo conseguente. E’ difficile dire, oggi, se questa svolta dei «giovani» avrà il potere di cambiare l’intera faccia della Confindustria. Comunque resta un atto di accusa contro chi in questi ultimi anni si è rintanato nelle fabbriche pensando unicamente al proprio profitto. Non che in tempi di crisi fosse facile fare diversamente. Resta il fatto che l’uscita di scena delle imprese ha rinsecchito ancora di più l’albero della politica e ha lasciato spazio quasi unicamente agli interessi meramente elettorali.  

SPORCHIAMOCI LE MANI - «I giovani di Confindustria vogliono assumersi la responsabilità delle proprie azioni, una responsabilità che va oltre quella dell'impresa, che deve essere "sociale e, quindi, politica" perché la politica è di tutti e ha bisogno del contributo di tutti».Questo il messaggio che è uscito da Santa Margherita Ligure. E non a caso, Marco Gay, il presidente dei «giovani» per non lasciare dubbi interpretativi sulle sue intenzioni ha usato parole forti: «Questo è il momento giusto per sporcarci le mani» ha detto suscitando l’entusiasmo dei suoi colleghi. Per andare dove? È stato il primo pensiero di chi ha ascoltato una frase che viene da lontano, da stagioni di passioni e di conflitti forti. «Non ci interessa scendere in campo perché il nostro campo non è l'agone politico, ma l'agorà e in quella agorà, da imprenditori, vogliamo partecipare, fare la nostra parte. Quello che non diremo più è 'lasciateci in pace', perché quel tempo è finito. Non vogliamo essere lasciati in pace, vogliamo costruirla insieme la pace. Quella sociale e civile, quella economica e culturale».E con questo manifesto Gay ha messo anche in pace chi ha temuto di assistere al battesimo di un movimento di imprenditori alla Landini.

INCONTRO-SCONTRO CON SALVINI - Una prima verifica sulla praticabilità delle loro idee i «giovani» l’hanno avuta con il protagonista di un altro cambio generazionale, con Matteo Salvini. Il leader della Lega agli industriale ha fatto una unica concessione: si è tolto la felpa e ha indossato giacca e camicia (con la cravatta non ce l’ha fatta). Poi ha sciorinato il suo repertorio basato principalmente sull’anti Europa e sull’anti euro (ma anche contro i patti Ue-Usa), ben consapevole che su questi punti avrebbe spuntato ben pochi applausi. E infatti così è stato, nonostante agli industriali sia invece piaciuto l’attacco contro le sanzioni anti Mosca. «Non cambio casacca o discorso a seconda che vado a parlare agli agricoltori nella stalla o ai ragazzi in giacca e cravatta che fanno industria, io ritengo che questa Europa sia un danno e vada ribaltata", ha detto apertamente Salvini. E questo parlare franco è stato quello gli industriali hanno apprezzato di più.

DI MAIO L’ASSENTE - Quello che invece hanno mal digerito è che il grillino Di Maio, benché invitato, non si sia fatto vedere. «Non ci stiamo a cambiare tutto, a complicare tutto perché alla fine non cambi niente, non ci stiamo alla logica di chi si accontenta di non ricevere avvisi di garanzia e assiste alla finestra un mondo che crolla. Non basta un voto, non serve un veto: servono idee, lavoro in comune e creazione di consenso. Serve proiezione internazionale ed esperienza imprenditoriale. Ma servono anche dialettica e confronto, a noi il confronto non fa paura», il giudizio tagliente del presidente dei «giovani» industriali al vice presidente della Camera del 5 Stelle. Insomma un linguaggio fra giovani che non se le mandano a dire. Sempre meglio che un discorso fra mummie dalle occhiaie scavate. Il resto si vedrà.