22 febbraio 2020
Aggiornato 18:00
Il governatore della Lombardia sull'emergenza sbarchi

Maroni: «Servono blocco navale e campi profughi in Paesi d'origine»

Il presidente della Regione Lombardia Roberto Maroni, sostiene che la soluzione al problema dell'emergenza sbarchi sta nel blocco navale: «è la cosa più ovvia, semplice e tecnicamente possibile, se vogliamo salvare vite umane». Inoltre, secondo il governatore della Regione Lombardia, sarebbe necessario che le Nazioni Unite intervengano in loco attraverso l'istituzione di campi profughi.

MILANO (askanews) - «Il blocco navale è la cosa più ovvia, semplice e tecnicamente possibile, se vogliamo salvare vite umane. Basta non fare partire i barconi, mettendo le nostre navi militari davanti ai porti e, appena il barcone parte, lo si ferma e lo si rimanda indietro, ma bisogna fare lì dei campi profughi e devono farli le Nazioni unite, tramite l'Agenzia dei Rifugiati». Lo ha detto il presidente della Regione Lombardia Roberto Maroni, intervenendo in diretta, questa mattina, alla trasmissione '24 Mattino', su Radio24.

ONU organizzi campi profughi in loco
«Loro possono organizzare dei campi profughi lì - ha proseguito Maroni - dove ricevere le persone che arrivano, capire chi ha diritto alla protezione internazionale e fare arrivare solo loro in modo sicuro». «Non esiste un interlocutore in Libia? - ha concluso il presidente - Ricordo che, pochi anni fa, abbiamo bombardato la Libia senza chiedere il permesso a nessuno. Le Nazioni unite decidano di fare lì i campi profughi, serve un intervento umanitario e non capisco perché non venga fatto».

Inaccettabile che Roma decida di mandare clandestini in Lombardia
«La Lombardia non può accettare che qualcuno da Roma decida di mandarci i clandestini e il prefetto si metta a requisire gli alberghi, senza che nessuno ci coinvolga», ha continuato il presidente della Regione Lombardia Roberto Maroni. «Questa non è una reazione mia, ma anche di molti sindaci della Lombardia - ha proseguito il presidente -, perché non si può gestire così un'emergenza, senza coinvolgere i territori e i loro amministratori, come avevo fatto io da ministro degli Interno nel 2011, quando successe una cosa analoga, anche se non di queste proporzioni: allora io chiamai i presidenti delle Regioni, per capire se erano disposti ad accogliere i profughi, qualcuno disse di sì, altri no e gestimmo la vicenda con il consenso degli amministratori. Qui invece - ha concluso - nessuno ci ha chiamato e questo non possiamo accettarlo».