3 dicembre 2020
Aggiornato 00:00
Sindaco di Cairate (VA) denunciato in sede civile e penale

La Lega: non sa l'italiano, niente cittadinanza

Un sindacto denunciato, una signora indiana privata della cittadinanza per la sua scarsa conoscenza dell'italiano. Eppure, per Chiara Di Benedetto (M5S) potrebbe profilarsi un caso di ostruzionismo discriminatorio: la donna, in Italia da 15 anni, aveva tutti i prerequisiti per avere la cittadinanza. Cittadinanza che in Italia è concessa in base a una legge più restrittiva rispetto ad altri Paesi.

VARESE – Un sindaco denunciato, una signora indiana privata – per ora – della cittadinanza italiana, che ha accusato il primo cittadino di «comportamento fortemente discriminatorio». E’ accaduto presso il Comune di Cairate, in provincia di Varese, piccola roccaforte della Lega Nord guidata dal sindaco Paolo Mazzucchelli. La signora in questione, all’anagrafe Rani Pupsha, indiana, da 15 anni in Italia con famiglia al seguito, racconta: «Sono già andata tante volte a chiedere di poter fare il giuramento - racconta – ma non mi è stato permesso. Ora vado in una scuola di italiano da due mesi, e il mio linguaggio sta migliorando». Per la deputata 5Stelle Chiara di Benedetto, le notizie di stampa lascerebbero pensare a un comportamento ostruzionistico da parte del sindaco. «Per quello che ho appreso, questa donna indiana, in Italia da molti anni, aveva già superato tutte le fasi che prevede la richiesta di cittadinanza, sia con la Questura che con la Prefettura, sia con il Ministro della Giustizia. Sembra quindi che non ci siano tutti questi elementi in mano al sindaco per dire che la donna non conoscesse l’italiano, anche perché ha superato delle fasi preliminari. Tutto lascerebbe pensare», dichiara la deputata, «a un ostruzionimo del sindaco nei confronti della richiesta della donna», aggiunge.

DI BENEDETTO: CASO DI OSTRUZIONISMO DISCRIMINATORIO? - «Se si dovesse accertare questo, se il sindaco non dovesse avere in mano delle motivazioni oggettive per ciò che ha fatto e se si dovesse appurare che non competeva ai suoi poteri farlo, la donna avrebbe tutto il diritto eventualmente di ricorrere a vie legali, come ha già annunciato di voler fare». Insomma, «motivazioni in mano al sindaco non credo ce ne siano, anche perché non dovrebbe rientrare tra le sue competenze definire il livello di conoscenza dell’italiano della donna. Esistono delle fasi preliminari che la donna risulta aver superato, soprattutto se la Questura ha riconosciuto i livelli di conoscenza minimi. L’atteggiamento del sindaco, se così stanno le cose, parrebbe ambiguo e discriminatorio», conclude la deputata.

RANI: GLI ESAMI DI LINGUA NON COMPETONO AL SINDACO - Il sindaco non ha mancato di esprimere indignazione per la denuncia ricevuta: «Sono stato denunciato in sede civile e penale, è il paradosso per aver fatto il mio lavoro». In realtà, come ha puntualizzato la Di Benedetto, Ministero e Prefettura avevano già accordato il nullaosta per la concessione della cittadinanza, alla quale mancava soltanto il giuramento. Giuramento che, secondo il sindaco, la donna non sarebbe in grado di recitare se non in un italiano stentato, motivo per cui la sua richiesta è stata bloccata. Eppure, per ottenere la cittadinanza, il tempo della signora Rani non è illimitato; anzi: il termine di 6 mesi per recitare la formula scadrà proprio il prossimo 8 marzo. Ecco perché la donna, sentendosi ingiustamente discriminata, ha deciso di ricorrere a vie legali. «La sottoscritta in più occasioni si è recata presso gli uffici comunali per effettuare tale giuramento prima dello scadere del termine [...]», ha fatto sapere la donna attraverso i suoi avvocati. «Tuttavia in più occasioni venivo sottoposta ad un arbitrario ed inopportuno esame della lingua italiana che certamente non compete al Sindaco nè agli addetti degli uffici comunali. Oltretutto segnalo che sto quotidianamente frequentando una scuola di italiano per stranieri al fine di migliorare l'apprendimento della lingua italiana, ciò a dimostrazione della volontà di rispettare la normativa vigente».

IL PERCORSO A OSTACOLI VERSO LA CITTADINANZA ITALIANA - D’altronde, la legge italiana sull’argomento è piuttosto restrittiva. Essa afferma che la cittadinanza «possa essere concessa» allo straniero –  formula che nel denuncia subito un carattere di ampia  discrezionalità – in presenza di determinati requisiti. Si può presentare la domanda se si è sposati a un italiano da 2 anni, o dopo un periodo di effettiva residenza anagrafica nel territorio italiano che varia a seconda della cittadinanza dello straniero: per i comunitari 4 anni; per gli apolidi 5 anni e per gli extracomunitari 10 anni. Altra restrizione: l’interruzione massima del periodo di residenza nel Paese non deve superare i 6 mesi. La domanda deve essere presentata presso la Prefettura di residenza, allegando la documentazione richiesta in originale e fotocopia. La tempistica per il trattamento della domanda è di 730 giorni, cioè 2 anni dal momento in cui la domanda viene acquisita dall’autorità. In caso di esito favorevole, la Prefettura invia una notifica all’interessato entro 90 giorni dalla ricezione del decreto di cittadinanza da parte dell’Autorità. Scatta poi il giuramento presso il Comune di residenza, da effettuarsi entro 6 mesi dalla notifica. Decorso quel periodo, il decreto non avrà più validità e l’interessato dovrà ricominciare tutto da capo. D’altronde, la proposta effettuata qualche tempo fa dall’allora Ministro per l’Integrazione Cecile Kyenge di mutare lo ius sanguinis attualmente vigente in uno ius soli moderato aveva suscitato molte polemiche. Attualmente, la legge italiana, sulla concessione della cittadinanza rimane tra le più severe in Europa. In Francia, chi è nato sul territorio da genitori stranieri ed è vissuto lì per almeno 5 anni può ottenere la cittadinanza, acquisita automaticamente al compimento della maggiore età se i genitori, alla sua nascita, disponevano di un permesso di soggiorno. In Germania è sufficiente che uno dei genitori del soggetto, anche minore, abbia il permesso di soggiorno permanente da almeno 3 anni e viva nel Paese da 8, oppure si acquisisce la cittadinanza per via di matrimonio dopo 3 anni. Su questa linea anche la Gran Bretagna.

CONOSCENZA DELLA LINGUA E DELLA COSTITUZIONE PER PERMESSO DI SOGGIORNO - Non solo. In Italia, la concessione del permesso di soggiorno avviene attraverso un «Accordo di integrazione» che lo straniero deve stringere con lo Stato italiano. Esso obbliga il soggetto alla frequentazione di un corso gratuito di educazione civica e di informazione presso lo sportello unico immigrazione, per acquisire le conoscenze base su lingua, cultura e principi dell'ordinamento, nonché al compimento di determinate attività, come ad esempio l'iscrizione al Servizio sanitario nazionale, la frequentazione di corsi di formazione professionale, l'affitto o l'acquisto di una casa, con regolare contratto. L'obiettivo da raggiungere per poter rimanere in Italia è ottenere almeno 30 crediti. Insomma, già per avere un permesso di soggiorno superiore ad 1 anno, uno straniero deve dimostrare di conoscere l’italiano nonché la nostra Carta Costituzionale. Un’iniziativa lodevole, per alcuni, perché garantirebbe minimi livelli di integrazione rispetto alla cultura, alla lingua e alla norma del nostro Paese. Lodevole, se non fosse per il paradosso per cui, spesso, persone dall’italicissimo sangue non conoscono né troppo bene la lingua natìa, né tantomeno la Costituzione patria. Per non parlare, poi, della circostanza per cui, attraverso lungaggini burocratiche e eccessiva discrezionalità, tali requisiti possano trasformarsi in armi a doppio taglio nei confronti di stranieri che - come, secondo la Di Benedetto, nel caso della signora Rani - avrebbero tutti le carte in regola per diventare buoni e onesti cittadini.