19 luglio 2019
Aggiornato 20:30

Con Obama molti abbracci e pochi affari

A parte la faccenda degli F-35, dove l’Italia è stata richiamata a rispettare gli impegni, non c’è notizia di grandi accordi commerciali dopo la visita del Presidente Usa. Nelle stesse ore, a Parigi, i francesi, ottenevano ordini per 18 miliardi di euro dal Primo ministro cinese.

Il «made in Italy» in questi giorni fa notizia. Ma a far discutere, questa volta, non sono tanto i  prodotti del made in Italy, quanto le fabbriche da cui escono.

Vale la pena di soffermarci su questo argomento perché in queste ultime ore il 20 per cento del gruppo Versace è andato ad un fondo americano per 120 milioni di euro. E Krizia, la nota casa di moda, è stata comprata ad una stilista di successo cinese.

Ma queste sono le ultime due firme a passare, in parte o completamente, in mani straniere. Prima c’erano state nel tempo, Bulgari, Valentino, Fendi, tanto per citare quelle più famose.

Inoltre c’è una novità, a diventare improvvisamente oggetto del desiderio fuori dai confini nazionali ora non ci sono solo i nomi glamour della moda. Il gigante russo dell’energia, Rosneft, ha sborsato 500 milioni di euro per entrare in possesso del 13 per cento di Pirelli. Il grande finanziere Soros ha comprato il 5 per cento della milanese Igd, che vuol dire mattone e supermercati. C’è poi il più grande fondo di investimento al mondo, si chiama BlackRock, che è entrato con quote di minoranza praticamente in tutte le grandi banche italiane.

L’ultimo acquisto lo ha svelato il Governatore della Banca d’Italia: la Banca centrale cinese ha  messo sul piatto ben due miliardi di euro per entrare dentro Eni ed Enel.

Giustamente Il governatore ha salutato questo nuovo interesse per l’Italia con favore. E’la prova più lampante che stiamo uscendo dal tunnel e che i grandi investitoti del mondo guardano con fiducia al nostro Paese. Non possiamo che rallegrarcene

Ma finisce lì? Questi pezzi di Italia che finiscono nelle mani degli stranieri va accolto unicamente  con grida di gioia, punto e basta?

Beh, un rovescio della medaglia c’è, e va preso in considerazione.
Intanto vuol dire che oggi, chi ha soldi e decide di venire a comprare in Italia, in giro per la penisola può essere certo di fare buoni affari poiché i prezzi di molti nostri gioielli sono finiti ben sotto il loro effettivo valore. Cioè valgono molto di più di quanto vengono pagati. Altrimenti non si spiegherebbe questa corsa alle aziende del «made in Italy».

Ma quello che ci deve far riflettere di più è che gli stranieri arrivano da noi per fare acquisti di aziende già presenti sul territorio. Non abbiamo notizia di una nuova fabbrica impianta da noi da amici e alleati Usa, se si fa eccezione della Philip Morris che ha deciso di impiantare un grande stabilimento per la fabbricazione di sigarette «ligth» nei pressi di Bologna. Con tutto il rispetto per i posti di lavoro che creerà, questa fabbrica di sigarette ci fa venire in mente i tempi in cui le società chimico- farmaceutiche Svizzere venivano a produrre da noi: forse a qualcuno il nome  Seveso, nei pressi di Como, può risvegliare ben tristi ricordi.

Nemmeno l‘arrivo di Obama a Roma, dal punto di vista dei nuovi investimenti, ha aggiunto nulla. Anzi, a torto o a ragione, il presidente degli Stati Uniti è venuto ricordarci che abbiamo preso l’impegno di comprare 90 aerei F35 e dobbiamo mantenere la parola. Anche perché (di fatto ha puntualizzato) non possiamo continuare ad illuderci che possano essere da soli gli Stati Uniti a sobbarcarsi tutto l’onere della difesa. Soprattutto oggi che la pace è stata incrinata dalle smanie di conquista di Putin.

Ci è venuto in mente il collegamento fra Obama e gli investimenti degli americani in Italia perché, proprio nelle stesse ore, a Parigi, i francesi sottoscrivevano un accordo commerciale della bellezza di 18 miliardi di euro con il primo ministro cinese in visita ad Holland.

Non possono che farci piacere le strette di mano fra Obama e il Papa, le pacche sulle spalle fra Obama e Napolitano, i sorrisi amichevoli fra Obama e Renzi: ma dove stanno le fabbriche a stelle e strisce che vengono a produrre nel nostro sud?

Forse, a fronte di quei novanta miliardi di euro che siamo chiamati a tirare fuori per gli aerei da guerra americani, due stabilimenti a Cosenza  o a Messina non sarebbero stati una richiesta eccessiva.

Questa incapacità dei nostri uomini politici di saper mettere sul mercato il «made in Italy» ( non quello sottocosto, ma quello che punta sulle nostre potenzialità) fortunatamente qualche volta è bilanciata dalla forza che alcuni italiani hanno di vincere importanti battaglie. Grazie alle loro competenze e, si è costretti ad aggiungere, nonostante tutto. Eccone una magnifica prova: Google nei giorni scorsi ha deciso che a costruire i sui occhiali magici sarà la Luxotttica di Leonardo Del Vecchio.

Qualche volta anche gli americani vedono lungo. C’è solo da sperare che qualche diottria in più, con il tempo, compaia anche nelle pupille di chi ci governa.