18 gennaio 2020
Aggiornato 10:00
Governo

Giovani, lavoro, debito e innovazione: 4 appuntamenti per Matteo

Cambiano le priorità del segretario con il passaggio a Palazzo Chigi: ora le riforme istituzionali passano in secondo piano, sostituite dalla promessa di un governo di lunga durata

Enrico Letta avrebbe potuto fare di più di quello ha fatto nella sua permanenza a Palazzo Chigi? Questa domanda, che solo poche ore fa teneva impegnate schiere di cronisti, dopo il discorso di Matteo Renzi in direzione del Pd, ha perso ogni presa sull’attualità, per essere relegata negli archivi in cui si conserva il ricordo delle cose passate in naftalina.

Per questa operazione di rimozione della fase difficile e travagliata del Paese che porta la firma di Enrico Letta, il segretario del Pd ha tirato fuori dal cilindro un solo sostantivo seguito da un solo aggettivo: «ambizione smisurata». Sono due semplici parole, ma nascondono una montagna da scalare che solo un uomo avvezzo alla sfide impossibili poteva avare il coraggio, o la sfrontatezza di evocare. D’altronde quando Matteo Renzi fece rotolare sul teatrino della politica italiana il verbo «rottamare», chi avrebbe scommesso che quel giovanotto dalla parola facile potesse veramente spingere in cantina in un tempo record un classe dirigente che quando non ha nulla a cui aggrapparsi rispolvera Gramsci e la Resistenza?

Se «smisurata ambizione» è la formula chiave con la quale Renzi ha aperto come una scatola di tonno (citazione da Beppe Grillo) il partito democratico, il compito oggi è capire fino in fondo quali ostacoli il sindaco (o l’ ex sindaco) dovrà superare per realizzare quell’assicella dei buoni propositi che volontariamente ha collocato ad una altezza siderale.

Intanto gli dei hanno voluto salutare la partenza di Renzi con una notizia dal colore inaspettatamente, ma inequivocabilmente rosa: le esportazioni italiane nei nove mesi del 2013 sono aumentate del 2,7, non rispetto al 2012, ma rispetto al 2008. Cioè hanno superato le quote pre crisi. Un risultato che vale oro quanto pesa perché è stato ottenuto in un  periodo di recessione mondiale, con il valore dell’euro alle stelle, con una concorrenza sempre più agguerrita che in questi ultimi anni ha visto salire alla ribalta, oltre ai competitori tradizionali, paesi come la Cina, l’india, la Turchia , la Corea del Sud, il Brasile e perfino l’Indonesia. Un dato conferma questo quadro benaugurante per il futuro premier: le imprese italiane che operano direttamente nei mercati esteri sono quasi 191mila pari al 4,3% del totale delle aziende presenti nel paese, ma danno lavoro a quasi il 28 per cento degli occupati totali.

Ecco su cosa può puntare Renzi per ingigantire (ecco una smisurata ambizione) questa vocazione ai mercati stranieri delle imprese italiane: il costo del denaro è vicino allo zero, tale resterà per un periodo relativamente lungo, così come l’inflazione. Inoltre un po’ di benzina arriverà dalla riduzione degli interessi che dobbiamo pagare sul debito pubblico ( l’anno scorso se ne sono andati così circa 80 miliardi di Euro).

Ma ora veniamo alle difficoltà del terzo grado che il segretario del Pd si troverà a dovere affrontare.

La prima riguarda l’altra faccia delle imprese in grado di competere con l’estero: abbiamo visto che sono solo il 4,3 per cento di quelle presenti nel Paese. Vuol dire che oltre il 95 per cento non è in grado di mettere il naso oltre confine perché o troppo piccole o non all’altezza della concorrenza, che oggi prevalentemente vuol dire non al passo con i tempi.

Come si fa a fermare questo processo di deindustrializzazione che tutti denunciano, a partire dalla Confindustria? Renzi sa bene che per rilanciare il manifatturiero, cioè la cosa che gli italiani sanno fare meglio fin dai tempi dei Medici (compaesani dell’ambizioso leader del Pd) i soldi non ci sono e se ci fossero non darebbero comunque, da soli,  alcuna garanzia di successo. Bisogna ripartire dalla scuola e dalla formazione. Cominciare da domani a rivedere i programmi dei licei e delle università chiamando a raccolta i campioni del made in Italy per farsi suggerire da loro che strada bisogna intraprendere per rendere tecnologico il nostro «capitale umano». Non a caso Renzi è uno dei rari esponenti politici che in questi ultimi anni ha pronunciato la parola «scuola».

Il debito. Con il debito bisogna andare a battere i pugni in Europa, come lo stesso Prodi recentemente ha suggerito. Il che non vuol dire minacciare l’euro e l’Unione, ma andare a ricontrattare i tempi degli interessi da una posizione di forza, da Paese  buon pagatore che ha sempre onorato le rate di scadenza. Così come fa ogni creditore con la propria banca quando vuole ricontrattare un mutuo del quale fino a quel momento non ha mancato il pagamento mensile.

Innovazione. Basta un dato: in questi giorni alla Borsa di Wall Street anche Google ha superato la Texaco che ora è terza, con Apple prima assoluta. Vuol dire che l’economia virtuale (chiamala virtuale) è il nuovo oro nero, è il nuovo petrolio. Dove sta l’Italia rispetto a questa rivoluzione dei fattori che creano ricchezza?.

Infine i giovani: bisogna abbattere la loro giustificata sfiducia non con le chiacchiere ma con i fatti. Premiando chi si impegna, sterminando (esatto, sterminando) clientele, nepotismi, raccomandazioni. Utilizzando tutte le energie disponibili, in denaro, in cultura, in saperi, per facilitare il loro ingresso  in una società che finora ha fatto di tutto per escluderli.

Solo se Renzi riuscirà ad essere puntuale con questi quattro appuntamenti destinati a fare la storia dell’Italia per i prossimi dieci anni, potrà uscire vincitore dal quel ring della politica italiana dove, da domani, lo aspetta ogni sorta di colpi bassi. Ma così bassi che quello che lui ha assestato ad Enrico Letta sarà ricordato come uno zuccherino.