20 novembre 2019
Aggiornato 20:00
Il naufragio della Costa Concordia

«Ferrarini mentì su morti e feriti»

Il capo dell'unità di crisi di Costa Crociere, la notte del naufragio della Concordia, secondo la Procura di Grosseto ebbe la colpa di «ridurre al minimo le conseguenze dell'incidente», e, fino all'ultimo, negò di essere a conoscenza di morti e feriti a bordo della nave

FIRENZE - Roberto Ferrarini, capo dell'unità di crisi di Costa Crociere, la notte del naufragio della Concordia, secondo la Procura di Grosseto ebbe la colpa di «ridurre al minimo le conseguenze dell'incidente», e, fino all'ultimo, negò di essere a conoscenza di morti e feriti a bordo della nave, finita contro gli scogli dell'isola del Giglio il 13 gennaio 2012.

«FERRARINI NON COLLABORO' PIENAMENTE» - Nelle motivazioni con cui i magistrati ne chiedono il rinvio a giudizio, si legge che Ferrarini non collaborò «pienamente» con le Autorità marittime, ed evitò di mettersi in contatto con la Capitaneria di Livorno, «pur essendo a conoscenza dell'apertura di una falla (telefonata con Francesco Schettino delle 21.58)». E ancora, fornì alla Centrale Operativa del Comando Generale delle Capitanerie di Porto notizie inesatte in merito alla situazione della Concordia, «in particolare riferendo di un'evoluzione positiva e sostanzialmente tranquilla della situazione a bordo, senza essere peraltro in grado di fornire cifre attendibili in merito al numero delle persone a bordo».
Una lunga catena di falsità, per gli inquirenti, culminate nella telefonata delle 00.41 a Roma, al Comando generale delle Capitanerie di porto, «in particolare fornendo notizie inesatte e fuorvianti in merito all'esatto numero delle persone a bordo (riferendo, seppure in via dubitativa, che tutti i passeggeri avevano già abbandonato la nave), negando di avere notizie di feriti a bordo e tantomeno di morti, laddove viceversa ne era già informato».

LE 32 VITTIME IN FUGA DAL LATO SINISTRO - Le trentadue vittime della Costa Concordia persero la vita nel naufragio avvenuto davanti all'isola del Giglio perché non avevano trovato posto sulle scialuppe al ponte quattro, sul lato sinistro della nave. E quasi tutte loro, sono rimaste travolte dalla «voragine prodottasi a seguito del definitivo ribaltamento sul fianco destro della nave stessa, precipitando in una zona allegata del medesimo ponte 4». E' quanto ricostruisce la Procura di Grosseto, nelle richieste di rinvio a giudizio per le sei persone accusate, a vario titolo, per quanto accadde la notte tra il 13 e il 14 gennaio 2012.
Per quasi ognuna di quelle 32 vite umane, la fine fu la stessa: prima il tentativo di salire su una delle scialuppe al ponte quattro, sul lato sinistro, poi la fuga sul lato destro, perché dall'altra parte, a causa dell'inclinazione della nave, non era più possibile calarle in mare.