19 gennaio 2020
Aggiornato 00:30
Centro | Elezioni Politiche 2013

Monti: Possibile riformare la legge Fornero

Il presidente del Consiglio uscente, Mario Monti, spiega in un'intervista al direttore del Corriere della sera Ferruccio de Bortoli le ragioni della sua «salita in politica». E prospetta novità per la sua Agenda politica, comprese possibili modifiche alla legge Fornero

ROMA - Sceso in politica per ostacolare il ritorno al governo dei «vecchi partiti, i vecchi apparati di potere, veri responsabili del declino» , perché «non possiamo rimettere l'Italia nelle mani degli incapaci, che l'hanno portata al novembre 2011»: il presidente del Consiglio uscente, Mario Monti, spiega in un'intervista al direttore del Corriere della sera Ferruccio de Bortoli le ragioni della sua 'salita in politica'. E prospetta novità per la sua Agenda politica, comprese possibili modifiche alla legge Fornero. «Varie persone stanno lavorando ad affinare l'Agenda - dichiara il Premier - Per ora non c'è, su questa materia specifica, nessun orientamento deciso».

«Oggi gli italiani hanno di fronte una straordinaria opportunità con una proposta politica seria e del tutto nuova». In giornata il premier sarà a Bergamo con tutti i candidati della sua lista per il lancio della campagna elettorale e di un'agenda aggiornata che, rivela il Corsera, conterrà anche una proposta sul mercato del lavoro: «L'idea di trasformare, all'insegna della flexicurity, ovvero flessibilità più sicurezza, all'inizio in forma sperimentale - anticipa il quotidiano di via Solferino - i contratti precari in contratti a tempo indeterminato per i quali l'articolo 18, quello famoso sui licenziamenti, verrebbe sospeso almeno nei primi due o tre anni. Una riforma che prevederebbe anche il reddito minimo di cittadinanza».

Monti spiega che, dopo il superamento della parte più acuta dell'emergenza crisi, pensava che si sarebbe fatto da parte, che «dopo aver contribuito a salvare il Paese, restando al di sopra delle parti avrei svolto tranquillamente le mie funzioni di senatore a vita, in attesa che qualcuno, forse, mi chiamasse».

E invece, argomenta, «con l'avvicinarsi delle elezioni, le riforme incontravano ostacoli crescenti, erano sempre più figlie di nessuno. La strana maggioranza cambiava pelle sotto i miei occhi. Il Pdl ritornava ad accarezzare l'ipotesi di un nuovo patto con la Lega, non con il Centro, ed emergeva un fronte populista e antieuropeo; il Pd alleandosi esclusivamente con Sel riscopriva posizioni radicali e massimaliste in un rapporto più stretto con la sola Cgil». Una situazione in cui il premier ha «intravisto due rischi. Uno a breve, che il governo cadesse prima che i partiti si accordassero finalmente su una riforma elettorale; uno più a lungo termine, e assai più grave, ovvero che sei mesi dopo le elezioni si dissipassero tutti i sacrifici che gli italiani avevano fatto, con grande senso di responsabilità, per sottrarre il Paese a un sicuro fallimento. Tutto inutile, pensavo dell'Italia. Sarebbero tornati al governo i vecchi partiti, i vecchi apparati di potere, veri responsabili del declino».

Sommate queste riflessioni alle sollecitazioni internazionali - da Barack Obama a François Hollande, anche se «non determinanti» - Monti ha deciso di restare in campo. «È cambiata in me la percezione di che cosa sarebbe stato moralmente più giusto», dice. Quanto all'incoraggiamento del Papa, chiede di non trascinare «il Santo Padre nelle nostre vicende così terrene» e consiglia di «ascoltare», non «strumentalizzare» il mondo cattolico.