5 aprile 2020
Aggiornato 04:00
«Pareri motivati» della Commissione

Ambiente, cinque procedure dall'Europa contro l'Italia

La Commissione europea ha inviato oggi all'Italia una raffica di «pareri motivati», secondo stadio della procedura comunitaria d'infrazione, sulla mancata o incompleta trasposizione o attuazione di direttive Ue relative alla politica ambientale: Su discariche, inondazioni, Voc, pile e acque di balneazione

BRUXELLES - La Commissione europea ha inviato oggi all'Italia una raffica di 'pareri motivati', secondo stadio della procedura comunitaria d'infrazione, sulla mancata o incompleta trasposizione o attuazione di direttive Ue relative alla politica ambientale.

I 'pareri motivati' - che preludono a un possibile ricorso in Corte europea di giustizia contro l'Italia da parte dell'Esecutivo comunitario - riguardano rispettivamente il non adempimento dell'obbligo di chiudere o mettere in regola le discariche di rifiuti non conformi alle nuove norme Ue, la mancata trasposizione delle modifiche al regolamento sulla limitazione delle emissioni di composti organici volatili (Voc), il recepimento troppo restrittivo della legislazione sulle alluvioni, nonché l'incompleta trasposizione della direttiva su pile e accumulatori e della legislazione sulle acque di balneazione.

Per quanto riguarda le discariche, l'Italia avrebbe dovuto assicurarsi che gli impianti autorizzati o che comunque erano già in funzione al momento del recepimento della direttiva, nel luglio 2009, continuassero a funzionare soltanto a condizione di ottemperare alle nuove disposizioni. Secondo la Commissione, invece, diverse discariche non autorizzate o con autorizzazione non adeguata alle nuove norme erano ancora attive in Italia anche dopo la scadenza del 2009. Bruxelles ha pertanto trasmesso una lettera di messa in mora all'Italia, che non è bastata a risolvere il problema.

Dopo aver esaminato la risposta fornita italiana, infatti, la Commissione ha concluso che, nonostante qualche progresso, alcune discariche non erano ancora state chiuse o rese conformi alle disposizioni della direttiva. Per questo, l'Esecutivo Ue ha emesso oggi un parere motivato, dando all'Italia due mesi per rispondere. In mancanza di una risposta soddisfacente, la Commissione potrà decidere di adire la Corte di giustizia.

La normativa Ue in materia di acque di balneazione obbliga gli Stati membri a collaborare e a scambiarsi informazioni nel caso in cui un bacino idrografico comporti un impatto transfrontaliero sulla qualità delle acque di balneazione. Questa disposizione non è presente nella legge di recepimento italiana, nota la Commissione, che chiede ora una modifica legislativa entro due mesi, o almeno spiegazioni convincenti che le consentano di evitare di adire la Corte di giustizia.

Per i quanto riguarda pile e accumulatori, i fabbricanti dovrebbero indicare il contenuto di piombo, mercurio e cadmio in maniera visibile, leggibile e indelebile per i consumatori. La legislazione italiana, tuttavia, non lo prevede. Anche in questo caso Bruxelles ha dato all'Italia due mesi per fornire una risposta soddisfacente.

QuQuanto alla direttiva sulle alluvioni, l'Italia ha ristretto l'obbligo di redigere valutazioni e piani di gestione del rischio per i bacini idrografici alle sole inondazioni provocate da eventi meteorologici, escludendo, ad esempio, r=trremoti e tsunami o cedimenti infrastrutturali quali la rottura di una diga. Ciò che è paradossale, fra l'altro, per un paese che ha subito l'unico tsunami della storia recente del Mediterraneo (Messina, 1908, 15.000 morti) e il catastrofico cedimento della diga del Vajont (nel 1963, quasi 2.000 morti). Le autorità italiane avevano accettato di modificare la legislazione, ma, nonostante una lettera di messa in mora della Commissione nel marzo 2012, il problema permane. Anche in questo caso, l'Italia ha due mesi per fornire una risposta che soddisfi Bruxelles, o rischia il ricorso in Corte di giustizia.

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