26 ottobre 2021
Aggiornato 01:30
Dal carcere duro i boss Graviano continuavano a gestire la cosca

Mafia a Palermo, le mani di Cosa nostra sulla città: 36 arresti

In manette anche Nunzia Graviano, sorella dei boss di Brancaccio. Ingroia: Cosa nostra dimostra grande capacità di ricompattarsi. Gratteri: Non bastano gli arresti, morto un papa se ne fa un altro

PALERMO - Per quanto pesanti possano essere i colpi inferti dalla magistratura, a Palermo la mafia dimostra ancora una volta una straordinaria capacità di rigenerazione, ricompattandosi sotto l'egida di capimandamento in grado di riunirsi per elaborare strategie comuni d'azione.
E' questo quanto emerge dalla maxioperazione congiunta di carabinieri, polizia e guardia di finanza, che stamani ha portato all'arresto di 36 persone.
Tanti gli spunti offerti dalle indagini che hanno accertato, ad esempio, come a Brancaccio la famiglia Graviano fosse ancora la «cabina di regia» dietro affari illeciti, estorsioni ai danni dei commercianti, intimidazioni, nonostante i fratelli Giuseppe e Filippo fossero da tempo in carcere, sottoposti al regime del 41bis.
A tenere i contatti col territorio era la sorella Nunzia Graviano, arrestata, che nonostante vivesse a Roma, dove gestiva un bar nel quartiere Africano, manteneva ancora un ruolo di primo piano all'interno della cosca.

Ma gli interessi di Cosa nostra andavano anche oltre il racket - Gli inquirenti infatti hanno accertato come alcune famiglie, come quella di Tommaso Natale, avessero messo gli occhi addosso al piano del presidente del Palermo Maurizio Zamparini, intenzionato ad aprire un grosso centro commerciale in città, e soprattutto realizzare il nuovo stadio. Due persone in particolare, tra le quali il gestore del bar all'interno del Barbera, avrebbero cominciato a gettare le basi per individuare quelli che sarebbero stati i soggetti vicini all'organizzazione, da far assumere nel futuro centro commerciale del patron rosanero.
L'organizzazione, inoltre, mirava ad accaparrarsi il maggior numero di biglietti omaggio per le partite del Palermo, da distribuire successivamente agli uomini delle cosche.
A testimoniare, poi, che all'interno di Cosa nostra gli equilibri siano tornati quelli di una volta, con il ritorno ai vertici di alcuni esponenti delle famiglie «scappate» in America durante la «mattanza» corleonese, è l'arresto di quattro affiliati alla cosca di Passo di Rigano, eredi di quella «mafia perdente» spazzata lontano dalla Sicilia negli anni '80.
Le indagini hanno anche fatto luce su un summit avvenuto lo scorso febbraio, in una villa palermitana, al quale parteciparono tutti i vertici in ascesa delle famiglie palermitane, i quali stavano cercando di ricostituire una nuova cupola dopo i pesanti arresti subiti negli anni scorsi.

Ingroia: Cosa nostra dimostra grande capacità di ricompattarsi - «La mafia ancora una volta dimostra grande capacità unitaria e identitaria - ha detto il procuratore aggiunto Antonio Ingroia -.
Nonostante i colpi duri che le erano stati inferti e l'avevano frammentata, essa ha avuto la capacità di ricompattarsi. I capimandamento si sono riuniti, e più di una volta per elaborare strategie comuni».
L'operazione effettuata nel territorio di Brancaccio, denominata «Araba Fenice», è stata coordina del procuratore aggiunto Ignazio De Francisci e dei sostituti Francesca Mazzocco e Caterina Malagoli.
Per quanto riguarda l'operazione portata a termine dai Carabinieri del Nucleo Investigativo di Palermo e militari del Nucleo Speciale di Polizia Valutaria della Guardia di Finanza, invece, i fermi sono stati disposti dal procuratore aggiunto, Antonio Ingroia, e dai sostituti Marcello Viola, Lia Sava, Gaetano Paci, Francesco Del Bene, Annamaria Picozzi e Dario Scaletta, in via d'urgenza per interrompere subito una serie di estorsioni commesse nei confronti di negozianti e imprenditori, e prevenire attentati incendiari o anche ritorsioni fisiche contro le vittime del racket.

Gratteri: Non bastano gli arresti, morto un papa se ne fa un altro - «Anche continuando ad arrestare l'ala militare c'è sempre una rigenerazione dei vertici delle mafie». Per capire la «pervasività» delle mafie non servono le statistiche che hanno lo scopo di tranquillizzare la gente: bisogna «intervistare i commercianti». E per sconfiggerle serve un nuovo sistema giudiziario e scuole a tempo pieno per far socializzare i ragazzi. Così il procuratore aggiunto della Ddda di Reggio Calabria, Nicola Gratteri, ha commentato la maxioperazione congiunta di carabinieri, polizia e guardia di finanza, che ha portato questa mattina all'arresto di 36 persone a Palermo.
«Morto un papa se ne fa un altro. Anche continuando ad arrestare l'ala militare c'è sempre una rigenerazione dei vertici delle mafie. Non ci devono sorprendere queste cose» ha detto Gratteri, a margine della presentazione a Bologna del libro La mafia fa schifo scritto assieme e a Antonio Nicaso. «Siamo abituati a contare la forza delle mafie dal numero di arrestati - ha aggiunto - ma le mafie si misurano dal grado di vivibilità».
«Per capire la pervasività e la forza delle mafie - ha spiegato il procuratore aggiunto - bisogna intervistare i commercianti più che stare dietro le fredde statistiche he ci vengono propinate di tanto in tanto per tranquillizzare la collettività». Secondo Gratteri «per abbattere le mafie ci vorrebbe un sistema giudiziario diverso da quello di oggi, un codice penale proporzionato alla realtà criminale, una scuola a tempo pieno dove i ragazzi la mattina imparano la lingua italiana, le scienze e la matematica e al pomeriggio stanno assieme per divertirsi e giocare anziché stare davanti alle trasmissioni spazzatura, navigare su internet, avere contatti con drogati o pedofili.
Tutto questo comporta una volontà politica e anche dei soldi». Purtroppo «politica e opinione pubblica» in questi anni hanno fatto di tutto per «sottovalutare» il problema.

Il plauso di Raffaele Lombardo - «L'operazione antimafia che ha portato alla individuazione e all'arresto dei nuovi vertici di Cosa nostra, che stavano per riformare una struttura verticistica e centralizzata, in grado di esercitare un rinnovato e sempre pericoloso dominio sul territorio, attraverso l'odiosa pratica del pizzo, è di fondamentale importanza». Così il presidente della Regione siciliana Raffaele Lombardo commenta la maxioperazione antimafia di polizia, carabinieri e guardia di finanza, che ha portato all'arresto di 36 persone a Palermo.