Veltroni: «Così il governo fa a pezzi il Paese»
«Ogni giorno questo paese perde pezzi. E c’è un solo antidoto: ricostruire la fiducia»
Walter Veltroni è uno che sceglie le parole con cura, e sa che un’opposizione forte si costruisce sulla base di un consenso il cui primo mattone è fatto, appunto, di quella
strana materia che in italiano si chiama «fiducia». Così il leader democratico ha preso carta e penna per scrivere un messaggio in occasione del lancio della prima Festa del Pd, in partenza il 22 agosto a Firenze, un messaggio che non fosse fatto di pura ritualità: un colpo a chi ha, oggi, la responsabilità di guidare il Paese e una risposta velata a chi, oggi, si dibatte nella conflittualità interna al Pd.
Primo, il governo che, scrive Veltroni, «si alambicca su questioni bizantine e litiga su tutto». Uno smottamento continuo, fa capire il segretario: «I destini del Paese sono confusi con i destini giudiziari di un solo uomo». Non solo: «Dicono di togliere tasse e imposte e poi giocano a rimetterle. E intanto perdiamo pezzi: l’Alitalia, il carovita, i salari inadeguati, l’immigrazione senza risposte serie. Fra giovani precari, cinquantenni neodisoccupati, anziani in difficoltà, l’unica cosa che sanno balbettare sono slogan sull’esercito mandato a vigilare nelle strade».
Parole pesanti. Ma Veltroni è convinto che il Pd sia la risposta giusta per «l’Italia dei talenti soffocati e che vorrebbero emergere, quella delle intelligenze costrette a emigrare, quella di chi vorrebbe colorare il futuro e ha davanti solo grigio e mediocrità, quella di chi vorrebbe riconoscere i suoi nuovi vicini ma ha paura e avverte insicurezza». È l’Italia «degli spettatori muti», come ha scritto pochi giorni fa in una lettera a Repubblica, quella in cui si è unito all’allarme di Nanni Moretti per la «scomparsa dell’opinione pubblica», ossia di un’idea viva e attiva di cittadinanza: che è ciò che più teme Veltroni e su cui più volte ha ribadito la totale alterità rispetto al «pensiero unico», alla politica e alla pratica berlusconiana. Dunque, scrive ancora il segretario, «il compito del Pd non è quello di piantare steccati per dividere i buoni dai cattivi, l’Occidente dall’Oriente, il Sud dal Nord.
Il suo compito è invece quello di creare nuovi orizzonti per risvegliare la fiducia, per indossare le vesti del coraggio e non della paura».
Nuovi orizzonti: un messaggio, quello di Veltroni, che è rivolto a due interlocutori. Il centrodestra, ma anche a quelli che alimentano la polemica interna al Partito democratico, che comprende un po’ di tutto, le discussioni più o meno accese su leaderismo e correnti, primarie e partito, congresso sì congresso no. «Ci sono mura che non chiudono ma accolgono, mura che non segnano confini ma aprono nuove frontiere». Sono le mura della Fortezza da Basso di Firenze, dice Veltroni, che ospiterà la Festa democratica numero uno e che, così rappresentate, arrivano a rappresentare l’idea di Pd che Veltroni vuole costruire.
Com’è come non è, l’attacco di Veltroni non è passato inosservato nel campo destro.
Non è vero che il governa «litiga su tutto», dice il coordinatore nazionale di Forza Italia Denis Verdini, «è l’opposizione che è lacerata». Ancora: quella del capo del Pd è «una rappresentazione della realtà che non ha né capo né coda», «Veltroni è uscito dal letargo di Ferragosto» e il precedente governo ci avrebbe consegnato un’Italia «porto franco dei clandestini».
Così la pensa anche il leghista Roberto Cota, che parla di «un linguaggio da vecchia politica, pieno di frase fatte», mentre Italo Bocchino, per An, sibila: «Veltroni dimentica di aver perso le elezioni»... Reazioni nervose, non c’è che dire.
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