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C'è un social network che ti permette di scomparire

Hibye è il primo social network in «carne ed ossa». Quando l'utente si disconnette dalla piattaforma cessa di esistere

C'è un social network che ti permette di scomparire
C'è un social network che ti permette di scomparire (Shutterstock.com)

MILANO - Lo scandalo datagate e Cambridge Analytica ci hanno messo un po’ tutti sull’attenti. Improvvisamente, anche chi ignorava i modelli di business di Facebook, si è visto consegnare un’amara realtà: l’uso intransigente dei nostri dati, anche quelli più intimi o di cui neppure noi stessi siamo a conoscenza, le nostre opinioni politiche, sociali, etiche ed economiche. Le nostre abitudini e i nostri spostamenti. Dati che, ricordiamolo, sono oggi utilizzati da tutte le grandi piattaforme tecnologiche, da Amazon a Google. E dati che servono loro per fare soldi, in poche parole. Lo scandalo ha messo Facebook sotto una cattiva luce, spingendo molti utenti a cancellarsi dal social network o, per lo meno, a farne un uso più consapevole.

Scomparire dai social network, però, può essere molto più complicato di ciò che sembra. E questo avviene nella maggior parte dei casi, a meno che non ci si trovi di fronte ad Hibye. Hibye è il primo social network in «carne ed ossa», almeno questo è lo pseudonimo che il suo fondatore Pietro Miconi gli ha affibbiato per rendere l’idea. Il suo concetto è tutto racchiuso nel nome: «Hi» e «Bye», rispettivamente ciao e arrivederci in inglese. «Questo significa che ogni utente può decidere in piena autonomia quando essere online, mentre nel momento in cui si scollega, smette di esistere all’interno del social network - ci spiega Gian Maria Brega, uno dei membri del team di Hibye -.C’è un momento in cui ci si presenta, si comunica in tempo reale con la community e un momento in cui si saluta. L’interazione avvenuta, nel momento in cui la persona si disconnette, viene cancellata all’istante».

Non esiste quindi nessun «new feed» dove poter curiosare sulle attività poste in essere dalla community. E il tutto risponde ad esigenze reali e concrete. Mi serve condividere un taxi che viaggia in direzione Stazione Centrale a Milano? Sono a un comizio e voglio interagire con il pubblico sui partecipanti? E’ sufficiente approdare sul social network e scrivere un post. L’app è geolocalizzata con un raggio d’azione molto ristretto e permette di entrare in contatto con le persone che si trovano nelle strette vicinanze e che quindi posso interagire per soddisfare le necessità dell’utente. «Hibye non nasce per il dating e una volta terminata l’interazione, l’utente può disconnettersi dalla piattaforma e smettere di esistere completamente. Per noi la privacy è un’assoluta sacralità».

Il core business della startup ha spinto i fondatori a rivolgersi prevalentemente ad alcuni temi molto importanti di questi tempi, bullismo in primis. Secondo il Rapporto Amnesty International (novembre 2017) il 50% dei ragazzi tra gli 11 e i 17 anni è vittima di bullismo. Uno su cinque viene molestato anche più volte al mese. In un caso su dieci gli abusi sono perpetrati ogni settimana: il 17% ha subito violenze o minacce «dirette». Numeri spaventosi, se pensiamo che questi fenomeni portano facilmente a depressione e comportamenti autolesivi nei giovani e giovanissimi. Attualmente il bullismo viene principalmente combattuto con metodi asincroni e di lungo periodo. I fondatori di Hibye hanno però cominciato un’attenta attività nelle scuole per proporre il social network come soluzione per il contrasto al bullismo. In questo modo il ragazzo può connettersi in tempo reale con la community e chiedere aiuto, nel caso fosse vittima di atti di bullismo. Una volta realizzato l’intervento da parte della community che si trova nelle vicinanze (ad esempio i compagni di scuola, ndr.), può disconnettersi e, potenzialmente, scomparire per sempre.

L’obiettivo è quello di realizzare un’interazione in tempo reale, orizzontale e che soddisfi determinate esigenze specifiche. Partiti completamente da zero, i fondatori hanno raggiunto già una community di 10mila utenti, prevalentemente ragazzi e studenti molto giovani. Ora si punta all’espansione, da Milano alle principali città italiane ed europee. «Diciamo spesso che vogliamo far diventare le persone dei ‘presencer’ che agiscano attivamente sul social network e non ne siano vittime inconsapevoli».