15 novembre 2019
Aggiornato 01:30
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Startup: la vera differenza rispetto all’Europa? Non ci abbiamo creduto abbastanza

Se guardiamo indietro capiamo di non essere riusciti a fare abbastanza rispetto agli altri Paesi europei. E se guardiamo avanti?

Startup: la vera differenza rispetto all’Europa? Noi non ci abbiamo creduto
Startup: la vera differenza rispetto all’Europa? Noi non ci abbiamo creduto Shutterstock

MILANO - Per Marco Bicocchi Pichi, presidente di Italia Startup, il fatto è che non ci abbiamo creduto abbastanza, rispetto gli altri Paesi europei che viaggiano a suon di programmi politici ed economici ad hoc per le startup. Non siamo riusciti ad andare in TV e neppure in radio per evangelizzare l’innovazione e le startup un po' come avvenne a suo tempo, diversi anni fa, con Piero Angela e poi suo figlio Alberto, i quali - attraverso il racconto - hanno reso la scienza mainstream. Niente colpa alle startup «che offrono soluzioni e non sono il problema» (anche se praticamente la metà non ha un sito web funzionante, ndr.), ma una questione di sistema, dove «le policy, finanziamenti, la domanda delle imprese, il sistema educativo, la cultura del rischio e gli imprenditori» non sono state sufficientemente capaci di creare un ecosistema maturo.

Oggi, però, siamo di fronte a una scelta, che è quella di optare per un governo che per noi faccia qualcosa di più, ci dia lavoro, passando - chiaramente - attraverso l’evoluzione digitale e tecnologica. Un’evoluzione che - però - scarseggia all’interno dei programmi elettorali del futuri premier. «A livello della politica il dibattito non si concentra sulla essenziale questione della competitività e della crescita che è da coniugare con la questione della riduzione del debito pubblico per poter acquisire libertà d’azione nelle politiche industriali ed economiche - dice Bicocchi Pichi -. In tal senso rispetto alla politica non è passato il messaggio fondamentale che riguarda le startup. Non parliamo di ragazzi con la felpa con cappuccio e di milionari, ma della vitalità del sistema imprenditoriale, dell’innovazione come motore della creazione di lavoro e reddito e quindi di occupazione, pensioni, sanità. Le startup non sono «qualcosa per tenere occupati un po’ di giovani» ma elemento strategico fondamentale per mantenere l’Italia tra i Paesi più industrializzati».

La trincea netta e profonda che ci separa dagli altri Paesi si allarga a vista d’occhio. Nel Vecchio Continente (anche se di vecchi ci siamo praticamente solo noi, ndr.), siamo all’undicesimo posto sia per numero di scaleup (135) che per capitale raccolto (quasi 1 miliardo di dollari), equivalente allo 0,05% del Pil, ben al di sotto della media continentale (0,32%). Giusto per farci due calcoli, nel Regno Unito il numero di scaleup è dieci volte superiore alle nostre e raccoglie 22,4 volte più investimenti. La differenza per Marco Bicocchi Pichi è crederci. Forse noi non l’abbiamo fatto abbastanza, a fronte degli incentivi, dei programmi e delle agevolazioni messe in campo negli ultimi quattro anni. «Dalla progettualità della costruzione della Startup Nation in Israele alle politiche in Francia rafforzate strategicamente dal Presidente Macron. La differenza non sta nella voglia di fare impresa, nelle capacità tecnico-scientifiche, nella creatività, nella dimensione del patrimonio di risparmio privato, ma nella volontà di fare dell’innovazione attraverso le startup una priorità, nel credere nell’impresa e nel rischio d’impresa». Ancora una volta il problema è culturale.   

Con quasi tutti e due i piedi nella fossa è anche il segmento della ricerca scientifica italiana, talmente al collasso e talmente dimenticato dalla politica italiana, da intercettare pure l’interesse di Nature, una delle riviste più autorevoli nel settore della ricerca scientifica. In questo segmento vince il precariato. Dopo la crisi economica del 2008, la già modesta spesa italiana in ricerca e sviluppo è diminuita del 20% in termini reali, vale a dire 1,2 miliardi di euro. Nel 2016 ammontava a 8,7 miliardi di euro. Il bilancio universitario si è ridotto di circa un quinto - a 7 miliardi di euro - così come il numero dei professori a livello nazionale. I finanziamenti per gli istituti pubblici di ricerca non sono superiori a quelli del 2008, con un calo del 9% in termini reali. Ancor peggio, secondo le statistiche dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, dal 2008 sono usciti dal paese un numero ancora maggiore di scienziati rispetto a quelli che vi sono entrati.

Che siamo fuori tempo massimo per una Startup Nation e ci siamo fatti scappare l’onda? Agi, riprendendo i numeri di Talent Garden sui cinguettii dell’ultimo anno, parla di come il fenomeno startup sia diventato molto meno mainstream rispetto a qualche anno fa. Quanto alle discussioni su Twitter, la parola «startup» è scesa al terzultimo posto della classifica, dal podio ricoperto solo alcuni mesi fa. Certo, stiamo parlando di un unico social network, ma anche l’attenzione dei media sembra essersi concentrata su qualcosa di più utile: il lavoro. La vera piaga di questo Paese. Lavoro a prescindere, che arrivi da una startup, da competenze di intelligenza artificiale o dall’Industria 4.0. Lavoro che poi appare più volte nei dibattiti politici, spesso troppo slegato dall’evoluzione tecnologica e dall’innovazione. «Purtroppo non siamo (ancora) riusciti a fare dell’innovazione e dell’impresa un tema centrale ed ineludibile dei programmi - continua Bicocchi Pichi -. Come ha detto un politico di lungo corso, in Italia non c’è una «sanzione politica» a non occuparsi di innovazione e crescita. In democrazia occorre costruire consenso e per questo rendere prima comprensibile e poi condivisa la propria proposta. Il mondo dell’innovazione e delle imprese startup è ancora troppo autoreferenziale, troppo da iniziati».

Oltre le proposte che Italia Startup ha fatto per migliorare l’ecosistema innovativo italiano, la strada da seguire «per vincere è quella di convincere», e siccome non c’è una scorciatoia per far diventare popolare il tema occorre moltiplicare gli sforzi di divulgazione, educazione e comunicazione. Evangelizzare, in una parola sola. «Serve spiegare e far capire - conclude Bicocchi Pichi -. In un momento in cui da parte di alcuni si mette in discussione la scienza, sembra una pretesa, ma come ricordava Camillo Olivetti ‘la luce della verità risplende soltanto negli atti e non nelle parole’».