18 novembre 2019
Aggiornato 02:00
fintech

Anno record per l'equity crowdfunding, ma non basta: «Le PMI devono quotarsi»

In quattro anni le piattaforme di equity crowdfunding hanno raccolto quasi 18 milioni di euro. Aumentare il numero delle società quotate potrebbe favorire ulteriormente l'economia italiana

Anno record per l'equity crowdfunding, ma non basta: «Le PMI devono quotarsi»
Anno record per l'equity crowdfunding, ma non basta: «Le PMI devono quotarsi» Shutterstock

MILANO - «Uno strumento che potrebbe aiutare il Paese a ripartire». Parla così Alessandro Lerro, presidente di AIEC (Associazione Italiana Equity Crowdfunding), al primo convegno nazionale organizzato a Milano Finanza con l’obiettivo di fare il punto proprio su questa innovativa modalità di finanziamento delle startup e delle PMI. Equity crowdfunding che ha visto nel 2017 il suo anno fortunato, con un aumento del 60% delle campagne chiuse con successo. Un mercato, quello dell’equity crowdfunding, che oggi - in un’Italia ancora caratterizzata da nanismo (di startup, ndr.) - rappresenta praticamente il 10% del Venture Capital italiano.

Secondo i dati presentati da Giancarlo Giudici, responsabile dell’Osservatorio Crowdinvesting del Politecnico di Milano, in quattro anni (data in cui è stata approvata la legge per la regolamentazione del fenomeno) l’equity crowdfunding ha raccolto quasi 18 milioni di euro. E circa 10 milioni di euro sono stati raccolti soltanto in questo 2017. Osservando il grafico di Crowdfundingbuzz.it l’incremento rispetto agli anni passati è quanto mai evidente, a testimonianza del fatto che sia startup che PMI che investitori che piattaforme stanno approcciandosi in modo giusto e consapevole all’equity crowdfunding.

Benchè sia stato esteso sia a PMI innovative che PMI non innovative, l’equity crowdfunding resta uno strumento maggiormente utilizzato da parte delle startup (122 startup su 12 PMI innovative e 1 PMI). Se da una parte crescono i capitali raccolti attraverso le piattaforme di equity crowdfunding, dall’altra si registra un taglio sempre più piccolo delle singole offerte che passano dal 17% del 2016 al 13% del 2017, fotografia che mostra quanto a un maggior numero di investitori (2799 nel 2017), corrisponda - tuttavia - una diminuzione dell’importo medio investito da ciascun investitore.

E’ possibile aspettarsi un’ulteriore crescita del mercato? Molto probabilmente sì e ciò avverrà soprattutto quando anche le PMI (innovative e non innovative) saranno consapevoli delle potenzialità concesse dall’equity crowdfunding. Anche perchè stiamo parlando di un popolo - quello italiano - con un’alta percentuale di risparmi immobilizzati nei conti bancari. Secondo un report della Consob relativo al 2015, oltre il 50% della ricchezza degli italiani è ferma nei conti bancari. E ci rimane. Soprattutto a causa di una cultura finanziaria ridotta all’osso. Malgrado la conoscenza dei mercati finanziari da parte degli italiani sia lacunosa, questi sembrerebbero sempre più attratti dagli strumenti di finanza alternativa, dimostrato - peraltro - dall’aumento degli investitori che decidono di investire i propri capitali attraverso le piattaforme di equity crowdfunding.

A questo punto può l’equity crowdfunding da solo aiutare a ingrassare i portafogli delle imprese italiane? Probabilmente no. «La nostra situazione economica potrebbe migliorare ulteriormente se avessimo più società quotate», afferma Lerro. L’obiettivo è quindi quello incentivare la quotazione anche delle PMI, percentuale che in Italia è ancora decisamente bassa (erano 290 nel 2014 contro le 595 della Germania e le circa 2mila del Regno Unito). Benchè il 95% delle imprese italiane appartenga a una singola famiglia, l’iscrizione delle stesse sul mercato quotato dell’AIM potrebbe rappresentare una leva importante, da non sottovalutare. L’AIM, nella fattispecie, è il mercato dedicato alle piccole medie imprese ad alto potenziale di crescita che conta, a oggi, 90 società quotate, numero che - secondo AIM - potrebbe arrivare a 300 entro il 2020, con una capitalizzazione di mercato pari a 15 miliardi di euro.

Ma ha senso quotarsi? «Assolutamente sì - afferma Lerro -. Le società quotate hanno una crescita maggiore, con tassi di interesse bancario ridotti, maggiore occupazione e maggiore resilienza nei periodi di crisi. Che significa? Che le società quotate hanno dimostrato di sapersi rialzare più facilmente dopo una crisi economica rispetto a quello non quotate». Ovviamente se le PMI non si quotano i motivi ci sono e derivano, soprattutto, dalla necessità di pagare meno tasse e gestire autonomamente gli utili, oltre a costi di ammissione, di trasparenza e quelli necessari per rimanere all’interno del mercato quotato, piuttosto ingenti. «Il Governo ha già previsto un credito d’imposta per le imprese che decidono di iscriversi all’AIM - continua Lerro -. Anche se possiamo e dobbiamo fare molto di più per favorire questa cultura imprenditoriale». Avere più società quotate significa avere maggior fatturato, maggiore occupazione e - non da ultimo - aver maggior gettito fiscale. Dopo i PIR, il Governo ha deciso, infatti, di favorire le PMI che si quotano con un credito d'imposta sul 50% dei costi di consulenza e collocamento legati all'IPO su AIM Italia fino al 31 dicembre 2020 e fino a un importo massimo di 500mila euro. La misura sarà contenuta nella nuova Legge di Bilancio 2018 e vale 80 milioni di euro nel triennio 2019-2021.

Un breve focus è stato fatto - inoltre - sulle proposte che andranno probabilmente a inserirsi nell’emendamento che sarà presentato alla Camera per lo sviluppo di un’economia Fintech italiana. In primo luogo è stato chiesto che le piattaforme siano usate anche per il collocamento di minibond e cambiali finanziarie. Che vengano facilitati gli investimenti in PMI non innovative, eliminando la norma che richiede che il 5% di ogni investimento sia sottoscritto da investitori istituzionali. La regola, utile per le startup che hanno un alto tasso di fallimento iniziale e sono poco comprensibili dagli investitori retail, perde il suo valore quando si parla di PMI non innovative (ristoranti o imprese commerciali), il cui business risulta di più facile comprensione. Sempre in tema di equity crowdfunding si vorrebbe sostenere lo sviluppo di un mercato secondario delle quote, consentendo il ricorso al regime già previsto dall‘art. 100-ter del TUF, anche successivamente alla sottoscrizione.