6 dicembre 2019
Aggiornato 19:30
blockchian

La criptomoneta (made in Italy) per salvare Capua e il nostro patrimonio culturale

Martino Merola ha creato Kapu una moneta virtuale e pensa di utilizzare la blockchian per salvaguardare il patrimonio artistico e culturale italiano

La criptomoneta (made in Italy) per salvare il patrimonio architettonico e culturale del Paese
La criptomoneta (made in Italy) per salvare il patrimonio architettonico e culturale del Paese Shutterstock

CAPUA - Si chiama Kapu ed è la prima moneta virtuale ‘archeologica’ al mondo, creata, pensate, da un italiano. Simile al bitcoin è stata specificatamente progettata per l’archeologia. Funziona attraverso la tecnologia blockchain e, di fatto, potrebbe cambiare il modo in cui conserviamo i dati e la protezione del patrimonio culturale. Anche se il grande pubblico non è ancora abituato a questa tecnologia e per la maggior parte la ignora completamente, ci sono buoni motivi per credere che diventerà standard nel prossimo decennio.

Molte istituzioni, aziende e imprenditori stanno valutando la blockchain, non tanto le criptovalute, quanto piuttosto sull’uso della tecnologia per memorizzare e condividere dati. Di fatto, la blockchian, può creare un registro di beni che non possono essere manomessi e viene testata per beni come case e automobili, alimenti biologici, la pesca sostenibile e, naturalmente, per il patrimonio artistico e culturale.

La blockchain
Come funziona la blockchain? Si tratta di una tecnologia complessa, ma l'idea di fondo è abbastanza semplice. Blockchain è un libro mastro pubblico, a differenza di un libro mastro tenuto da una banca o da un'istituzione governativa. Ogni persona che possiede una "moneta" conserva anche una copia di tutte le altre attività e transazioni, creando una rete di registrazione peer-to-peer delle attività e delle operazioni. Ciò garantisce trasparenza ed evita la creazione di istituzioni "fiduciarie" centralizzate come le banche. Il risultato è una rete "distribuita" in cui tutti i registri e le transazioni vengono replicati sui computer dei delegati o degli utenti in tutta la rete. La manipolazione dei dati può essere evitata in quanto non sarà approvata dalla rete.

Come funziona Kapu
Come accade per le altre monete digitali, anche Kapu sta integrando le innovazioni apportate dalle criptovalute precedenti. Si basa su ARK, un'influente moneta digitale che sta costruendo una piattaforma chiamata SmartBridge che collega diverse blockchain (come bitcoin ed ethereum) per creare un ‘ecosistema digitale’. Cosa significa usare la tecnologia blockchain per l’archeologia o altri campi di ricerca? Pensare a ogni moneta come un blocco in grado di memorizzare dati.  Un blocco può essere suddiviso in innumerevoli occasioni per creare sottosezioni, quindi può servire come directory per un museo o un'università. La registrazione del "blocco" è pubblica, ma il suo contenuto è criptato. I dati vengono memorizzati in tutta la rete e sono immutabili, tranne che per le aggiunte da parte del proprietario.

Per salvare il patrimonio di Capua
A creare Kapu è stato Martino Merola, cresciuto a Capua, un piccolo comune italiano della provincia di Caserta, in Campagna. Il centro storico di Capua, che sorge sull'ansa del fiume Volturno, è, infatti, ricco di monumenti ed edifici storici principalmente di epoca medievale, nonché di resti del periodo pre-romano, come le Matres Matutae del Museo campano e del periodo romano, come le effigi del palazzo del municipio e le pietre del Castello Normanno entrambi originarie dall'Anfiteatro campano di Capua antica. Kapu (che è l’antico nome della cittadina) è stata creata per salvare proprio questo importante patrimonio culturale. Martino Merola ha detto recentemente al The Guardian che vorrebbe «rivoluzionare il modo in cui i dati archeologici e il patrimonio sono memorizzati, conservati e resi accessibili». Dati i finanziamenti, sempre molto scarni nel mondo dell’archeologia, la blockchain potrebbe offrire una soluzione economica semplice per l’archiviazione criptata dei dati, accessibile attraverso diversi livelli di autorizzazioni. Merola e il suo team hanno creato il framework, ma sono alla ricerca di università e musei per sperimentare la tecnologia in modo collaborativo.

Rete pubblica distribuita
Attualmente, infatti, i dati archeologici sono archiviati in alcune biblioteche o servizi istituzionali che li rendo praticamente inaccessibili. La blockchain sarebbe particolarmente utile per i musei che potrebbero archiviare privatamente il loro catalogo di manufatti e offrirli secondo diversi livelli di accesso a personale, ricercatori e pubblico. Se un museo dovesse essere saccheggiato, ad esempio, potrebbe rilasciare i dati attraverso particolari codici fruibili solo dalle forze dell’ordine per impedire l’esportazione o la vendita dei beni archeologici rubati. L’obiettivo del team di Kapu è creare una rete pubblica distribuita e ospitare i dati relativi al patrimonio.

La lotta alla contraffazione
La tecnologia, di fatto, potrebbe aiutare a contrastare il mercato delle contraffazioni. I reperti archeologici, sono infatti, meno regolamentati, ad esempio, della filiera agroalimentare, rendendo il mercato ricco (purtroppo) di contraffazioni e aumentando esponenzialmente la diffusione della criminalità organizzata. Se un reperto avesse una registrazione blockchain, ogni volta che oltrepassa un confine o viene venduto a un nuovo collezionista, la stessa potrebbe essere aggiornata per dimostrarne la legittimità. La sicurezza delle frontiere potrebbe quindi confrontare le registrazioni dei beni dichiarati in dogana con altre banche dati, per esempio quelle dell’INTERPOL.