25 settembre 2021
Aggiornato 14:30
fisco

Flop della tassa AirBnb e il colosso web sfida l'Agenzia delle Entrate

AirBnb non trattiene la percentuale prevista sugli affitti brevi e non versa quindi la cedolare secca all'Agenzia delle Entrate: «Impossibile adeguarsi»

ROMA - Il ministero dell’Economia dovrà andare in vacanza rinunciando a buona parte di quegli 81,3 milioni di euro che aveva previsto di ottenere grazie all’introduzione della cedolare secca sugli affitti brevi. AirBnb l’aveva annunciato ed ha mantenuto le promesse: nessun passo indietro sulla ‘manovrina’ di primavera, diventata ufficiale a partire dallo scorso 1° giugno e quindi niente percentuale trattenuta sui canoni di affitto da versare all’Agenzia delle Entrate che si è quindi ritrovata a casse vuote.

Manovra troppo frettolosa
Una manovra che è stata introdotta troppo velocemente, così come il provvedimento emesso dall’Agenzia dell’Entrate, mettendo le parti coinvolte in confusione. AirBnb si troverebbe quindi ‘nell’impossibilità tecnica di adeguarsi a quanto previsto dalla manovrina’, soprattutto alla luce del fatto che l’istituto non ha fornito le indicazioni auspicate in tempo utile, non prevedendo, peraltro, «alcuna tempistica di adeguamento per gli operatori coinvolti, rimandando a ulteriori specifiche tecniche che verranno comunicate in un non precisato futuro». Un impianto frettoloso, secondo il colosso degli affitti brevi, una norma definita dalla stessa stampa «obiettivamente incerta» sotto il profilo del diritto. E contro la quale AirBnb si sta imponendo nel modo più efficace: senza pagare.

Troppi oneri tecnici da risolvere in poco tempo
Secondo AirBnb, la normativa, è tecnicamente applicabile poiché prevede per le piattaforme online diversi oneri tecnici che non possono essere esauriti in un periodo così breve come quello previsto dalla norma. Tra questi sviluppi ingegneristici per modificare portali attivi e operanti (e perfettamente funzionanti) in maniera identica in tutto il mondo; comunicazione a migliaia di proprietari e riscattare da loro il 21% delle transazioni antecedenti il 12 luglio; coinvolgimento di aziende o studi professionali per conferirgli responsabilità enormi in mancanza di ogni tipo di garanzia e certezza sulla possibilità di adempiere correttamente agli obblighi del caso. Oneri questi previsti dalla norma e tecnicamente inesauribili per AirBnb.

«Confidiamo che si possa aprire un confronto serio su accordi caso per caso, nel rispetto delle diversità del mercato e degli operatori, a beneficio di chi ospita, chi viaggia e del settore turistico nel suo complesso. Come operatori del settore, ci battiamo per difendere i nostri associati ed utenti da possibili discriminazioni solo per aver deciso di usare dei siti internet o professionisti per la gestione delle loro case».

Il problema del sostituto d’imposta
In più il problema del sostituto d’imposta. L’inghippo a cui si sta appellando AirBnb, infatti, è il ruolo che gli viene affibbiato dalla legge come ‘sostituto d’imposta’. La nuova misura in vigore dal 1° giugno 2017, prevede infatti la cedolare secca del 21% su tutti gli affitti brevi inferiori ai 30 giorni, sia che i contratti di affitto siano stipulati tra persone fisiche che  attraverso intermediazione immobiliare offline e online, quindi anche i portali Booking o AirBnb. In questo modo la piattaforma degli affitti brevi diventerebbe un sostituto d’imposta. Qui, ovviamente, si apre un altro sipario, poiché il sostituto d’imposta, deve sottostare a dei parametri precisi, ad esempio il pagamento delle tasse sui profitti generati nel Paese. Uno dei motivi che, per AirBnb, rende la norma inapplicabile. E qui si apre un abisso dato che le Big Company come Google hanno sempre sostenuto di non avere una stabile organizzazione in Italia e AirBnb fattura i suoi servizi in Irlanda.