22 febbraio 2019
Aggiornato 08:30
l'intervista

La politica, il food, la qualità: cosa spinge e cosa no un VC straniero a investire in Italia

L'ostacolo più grande? La politica. I settori migliori? Il food e il fashion. Perchè il gap dell'Italia con l'Europa si sta colmando, ma le risorse finanziarie (che ci sono) vanno indirizzate meglio, puntando ai VC stranieri

La politica, il food, la qualità: cosa spinge e cosa no un VC straniero a investire in Italia
La politica, il food, la qualità: cosa spinge e cosa no un VC straniero a investire in Italia

LONDRA - Per la prima volta un fondo di venture capital mondiale, che già aveva contribuito all’espansione di big Company quali Facebook, Deliveroo e Spotify, ha investito in una startup Made in Italy, Soldo. Valore dell’operazione guidata da Accel? Ben 11 milioni di euro. Un’operazione che ci fa riflettere e che conferma come gli occhi dei venture capitalist internazionali si stiano piano piano dirigendo anche nella nostra direzione, consci del fatto che - per quanto a scaleup restiamo in Europa solo all’undicesimo posto - il gap digitale con le altre nazioni si sta piano piano riducendo.

Siamo (finalmente) più trattivi?
La tesi ci viene peraltro confermata da Antonio Chiarello, MD di iStarter (l’acceleratore di startup italiane a Londra) e fondatore e CEO di ClubDealOnline, la prima piattaforma di equity crowfunding «not for the crowd». «Credo che l’ecosistema italiano stia chiudendo il gap con l’Europa, le startup migliorano a vista d’occhio e gli investitori internazionali iniziano ad accorgersene - racconta Antonio -. Come spesso ci accade, partiamo in ritardo ma recuperiamo velocemente». E il trend è stato confermato anche in occasione del Made in Italy 2020 organizzato da iStarter a Westminster, dove la piazza di Londra ha dimostrato grande interesse verso le startup italiane che sono state chiamate a presentarsi di fronte agli investitori. Da cosa sono attirati i VC stranieri? «Dalla qualità del prodotto - continua Antonio - che, a mio avviso, sta migliorando notevolmente negli ultimi anni».

L’instabilità politica
Eppure la strada è ancora lunga e in salita. Le startup italiane restano piccole, incapaci di approdare sui mercati esteri e di crescere: solo il 30% di quelle iscritte al Registro delle Imprese ha un fatturato che supera i 100mila euro (dati MISE). Ed è la politica, per gli investitori esteri, a rappresentare uno degli ostacoli più significativi: «Se guardiamo lo scenario italiano attuale dall’estero, la preoccupazione maggiore per gli investitori é sempre la stessa: una instabilità politica che non permette di pianificare con serenità gli investimenti nel nostro paese. Per quanto riguarda invece le startup, come dicevo prima, siamo ancora indietro ma stiamo colmando il gap e quindi, dall’estero, guardano con interesse le startup italiane attive sopratutto in quei settori nei quali la nostra supremazia é riconosciuta: fashion e food per esempio - afferma Antonio -. Sono fortemente convinto, come MD di un acceleratore con base a Londra, che uno dei punti per migliorare ulteriormente la situazione sia proprio cercare investitori anche dall’estero, quello che cerchiamo di attuare con iStarter».

Gli investimenti esteri
La strada verso il cambiamento, però, non può che passare dai finanziamenti, anche e soprattutto quelli provenienti dai VC esteri. Ma non solo, poiché è necessaria una più stretta collaborazione tra PMI tradizionali e startup innovative. Società più consolidate dovrebbero sfruttare l’onda innovativa delle startup e le startup crescere all’interno delle PMI, prendendole come modello, a livello organizzativo e di management, senza perdere la loro spinta unica e innovativa. Il piano del governo per l’Industria 4.0 va sicuramente in questa direzione ma molto lavoro c’è da fare soprattutto a livello di PMI tradizionali. «Dall’altro lato bisognerebbe far confluire parte degli investimenti degli HNWI (individui con patrimoni superiore al milione di euro) sulle startup - ci spiega Antonio -. In questo modo si otterrebbero due risultati: gli HNWI diversificherebbero la loro esposizione tramite investimenti diretti nell’economia reale e le startups avrebbero a disposizione una fonte di finanziamento diretta e di gran lunga superiore a quella del «family, friends & fools» e degli Angels. A questo proposito abbiamo da poco lanciato Clubdeal online, una piattaforma riservata, autorizzata e vigilata da Consob, la cui mission è proprio quella di proporre agli HNWI le startup e PMI innovative che abbiano superato il processo di selezione di iStarter ed in cui co-investiremo anche noi Equity Partners».

Molto più di Open Innovation
L’Open Innovation rappresenta quindi l’unica strada percorribile. Ma non solo nell’accezione più comunemente conosciuta del rapporto tra PMI e startup, laddove vige la regola della contaminazione reciproca tra business model divergenti. Open Innovation va intesa sotto il punto di vista più culturale e imprenditoriale: le risorse in Italia ci sono, ma vanno convogliate e indirizzate al meglio. «Bisogna pensare in grande, non possiamo chiuderci nei nostri provincialismi e sperare di risolvere tutto a livello nazionale - ha concluso Antonio -.  Il digitale italiano va aiutato a svilupparsi e guardare all’estero è un punto importante per migliorare la situazione».