29 giugno 2017
Aggiornato 07:00
l'alternativa

Perchè il food delivery così come lo conosciamo è un mercato a rischio

Oltreoceano diverse startup stanno chiudendo o tagliando drasticamente il personale. Il mercato del food delivery potrebbe essere a rischio e vi spieghiamo perchè

Crisi mercato food delivery
Crisi mercato food delivery (Just Eat)

MILANO - E’ stato uno dei primi ‘nuovi’ settori, in Italia, a innescare una vera e propria polemica, scaturendo in quello che - da molti - è stato definito il primo sciopero della sharing economy. Nel mirino i riders sottopagati di Foodora che hanno più volte denunciato «una precarietà estrema e uno stipendio da fame». E anche se la stima sul giro d’affari tra tre anni si aggira intorno ai 90 miliardi di dollari, il food delivery, così come lo conosciamo, fatto di sushi o carbonare a domicilio a qualsiasi ora del giorno, è uno dei mercati a rischio, almeno a livello consumer in senso stretto.

Alcune startup hanno chiuso o ridotto il personale
Nell’ultimo anno, a livello globale, sono tante le startup food delivery che hanno chiuso bottega, la più recente è Maple, una startup di New York che ha chiuso i rubinetti solo qualche settimana fa. Altre, invece, come Munchery, hanno tagliato i lavoratori per continuare a essere sostenibili. Una serie di operazioni queste che, soprattutto perchè avvenute oltreoceano, possono mettere in allarme.

Il food delivery per gli uffici
I venture capitalist, tuttavia, non stanno rinunciando al mercato del food delivery. Quanto piuttosto di concretizzarlo in un altro modo. Una nicchia promettente e potenzialmente redditizia, potrebbe essere quella dei lavoratori in ufficio. Gli investitori hanno recentemente investito 30 milioni di dollari in Eat Club, startup che offre pranzi on demand nella zona della Baia di San Francisco e Los Angeles e in procinto di espandersi anche a New York. Ciò che differenza Eat Club dai suoi competitor è la strategia: fornisce pasti solo a uffici con più di 20 dipendenti. In questo modo ogni piatto costa il 90% in meno rispetto ai piatti che vengono forniti su richiesta, almeno secondo quanto dichiarato dai fondatori. E stiamo parlando di una startup i cui corrieri consegnano 20mila pasti al giorno, soprattutto a società di medie dimensioni.

Possiamo ancora essere ottimisti?
Non che non ci siano ancora le credenziali per essere ottimisti. Di fatto il mercato del food delivery ha subito un incremento di 4,1 miliardi di dollari nel 2015, secondo CB Insights. Il dato preoccupante, però, è quello del 2016 che ha visto calare il business a un miliardo di dollari, con tutte le conseguenze che ne sono derivate: chiusure, taglio del personale o vendita di piatti attraverso app concorrenti. Il modello vincente, però, potrebbe proprio essere la distribuzione di piatti on demand per gli uffici. Fare soldi sulle singole consegne, infatti, diventa molto più difficile. Calcoli alla mano, la consegna di un singolo piatto in tempo utile nella maggior parte delle città degli USA, costa circa 12,50 dollari. E lo testimonia, peraltro, la crescita di Deliveroo for Business, scelto nel mondo da grandi gruppi, come Facebook e Stripe e in Italia, in soli 6 mesi, da 150 aziende.

La questione legale in Italia
E questo è ciò che accade oltreoceano. Oltre ai fattorini sempre più insoddisfatti, in Italia si aggiunge il problema della legislazione, con una normativa sulla sharing economy ferma al palo. E’ di poche settimane fa la proposta alternativa di un contratto tipizzato per chi fa parte del mercato dell’economia collaborativa, e ipotizzato dall'avvocato Francesco Rotondi dello studio legale LabLaw. Si chiama Jobs App e si basa sul concetto che in questo tipo di mercato non si può applicare la ‘vecchia’ regolamentazione. La Gig Economy è, infatti, caratterizzata dall’assenza di un orario prestabilito dove sono i collaboratori a decidere se e quando offrire la propria prestazione lavorativa: on demand, appunto, quando la domanda si manifesta, in tempo reale, peraltro. In questo senso, aziende come Foodora, Deliveroo e AirBnb si configurano come intermediari tra consumatori e collaboratori autonomi. Queste prestazioni, secondo Rotondi, non sono inquadrabili nelle attuali fattispecie di lavoro subordinato, autonomo o di collaborazione coordinata e continuativa. Serve un contratto di lavoro ibrido in cui le tutele non sono garantite dal posto di lavoro ma nel e dal mercato del lavoro.