24 giugno 2017
Aggiornato 22:46
seeds&chips

Anche gli agricoltori sono imprenditori e devono guardare al digitale

Il gap è soprattutto culturale, di un settore ancora profondamente ancorato alle logiche di mercato del passato dove la domanda interna risultava sufficiente a soddisfare i fatturati e i bilanci delle imprese, soprattutto di quelle agroalimentari.

Anche gli agricoltori sono imprenditori e devono guardare al digitale
Anche gli agricoltori sono imprenditori e devono guardare al digitale (Shutterstock.com)

MILANO - Uno dei principali problemi quando parliamo di startup italiane è la loro dimensione che rimane purtroppo ancora troppo piccola se confrontata con quella dei nostri vicini di casa, per non parlare delle startup che troviamo oltre Oceano. Secondo l’ultimo rapporto del Mise solo 300 startup su oltre 6700 fatturano più di 500mila euro. E questo accade soprattutto perché la maggior parte degli imprenditori lavorano su scala interna, non concentrandosi sul mercato globale. Una problematica che risulta ancora più significativa se ci riferiamo al settore agroalimentare, il cui mercato resta ancora profondamente legato alle microimprese.

Anche gli agricoltori sono imprenditori
A darne una chiave di lettura precisa è Marco Bicocchi Pichi, Presidente di Italia Startup sul palco di Seeds&Chips la kermesse milanese dedicata alla Food Innovation. Partendo dal un concetto in sé molto semplice, ma di fondamentale importanza: anche gli agricoltori sono imprenditori e, in quanto tali, non possono essere esenti dalla rivoluzione digitale e tecnologica che oggi si espande a macchia d’olio, volenti o nolenti, anche nel nostro Paese (e aggiungerei per fortuna). «Se vogliamo fare politica economica e incoraggiare la crescita del mercato dobbiamo favorire una dimensione aziendale e una capacità d’investimento delle imprese diversa, che ponga le condizioni per supportare al meglio l’innovazione», racconta Marco.

Dobbiamo confrontarci con i mercati mondiali
Il gap, in prima battuta e come abbiamo detto tante volte, è soprattutto culturale, di un settore ancora profondamente ancorato alle logiche di mercato del passato dove la domanda interna risultava sufficiente a soddisfare i fatturati e i bilanci delle imprese, soprattutto di quelle agroalimentari. Oggi, tuttavia, il digitale ha accorciato notevolmente le distanze con i mercati globali, da una parte mettendoci di fronte a sfide che non avremmo mai pensato, dall’altra aumentando in modo considerevole le nostre opportunità. «Oggi abbiamo una visione di mercato e di qualità diversa rispetto al passato, non ci confrontiamo più con un sistema chiuso ma con i mercati mondiali, in cui l’impresa agricola si comporta esattamente come le altre tipologie di impresa e la terra deve essere vista come fattore di produzione e investimento di capitale - continua Marco -. Un settore, quello dell’agroalimentare, che può essere dunque reso più attrattivo e produttivo grazie alle nuove tecnologie».

La leva sono le startup innovative
Una grande differenza, in questo senso, la può fare l’Open Innovation. Di fronte a piccole e medie imprese che arrancano nell'acquisire le competenze digitali necessarie per non subire l’innovazione, ma esserne protagonisti, le startup innovative possono diventare estremamente utili e necessarie e sono una leva strategica per inserire delle nuove soluzioni all’interno delle imprese già esistenti. Ma non solo. «Al contempo le startup assumono anche un ruolo culturale apportando elementi di nuova conoscenza e competenze nel settore stesso - conclude Marco -. Le startup italiane devono pensare globale ed essere catalizzatori di sapere verso l’estero, consapevoli che il food rappresenta uno degli ambiti chiave del Made in Italy in cui sviluppare nuova impresa e innovazione». Di fatto il settore è in continua evoluzione e secondo i dati dell’Osservatorio Smart AgriFood del Politecnico di Milano e dell’Università degli studi di Brescia, il mercato agroalimentare ha raccolto nel 2016 finanziamenti per un totale di 636 milioni di dollari. In Italia solo l’11% delle startup innovative, però, si concentra su innovazione e agricoltura per poco più di 14 milioni di investimenti complessivi. Un gap che va colmato perché, che lo si voglia o no, siamo conosciuti nel mondo per la qualità dei nostri prodotti e il digitale è, a tutti gli effetti, l’unico modo per continuare a valorizzare questa grande nostra potenza.