2 dicembre 2020
Aggiornato 07:00
formazione italiana

Dove si possono studiare i Big Data

Il MIUR ha redatto un rapporto con il quale evidenzia la necessità di utilizzare i Big Data per la crescita imprenditoriale e mappa l'offerta formativa delle Università italiane

ROMA - Sulla base di uno studio di Sas e Tech-Partnership pubblicato nel 2014 ed effettuato sul mercato del lavoro del Regno Unito, il numero di offerte di lavoro per posizioni relative ai Big Data è cresciuto da circa 1800 nel 2088 a circa 21400 nel 2013, con un tasso di crescita del 41% nell’ultimo anno analizzato, contro una flessione del 9% se si considera tutto il settore IT. Secondo le stime, fino al 2020, si prevede una crescita dell’offerta di lavoro nei Big Data del 23% all’anno, contro il 19% di tutto il settore IT e il 6% globale. Dati importanti che evidenziano come i Big Data siano un settore in continua espansione, da tenere d’occhio e che potrebbe rivelarsi una risorsa molto importante anche a livello professionale.

Il valore dei Big Data
Lo sa bene anche il MIUR che il 28 luglio ha presentato un rapporto in cui è evidenziata la necessità di aggiornare i processi formativi con un’ottica rivolta proprio ai Big Data. L’obiettivo del tavolo di studio era quello di mappare i principali centri, universitari e non, che operano nel settore con riferimento alla formazione e alla costruzione di competenze. Anche perché i Big Data rappresentano, per l’innovazione imprenditoriale e non solo, una vera miniera d’oro. Ogni oggetto in qualche modo connesso raccoglie dati che sia il cellulare, l’automobile su cui viaggiamo o la macchina con cui lavoriamo. Anche se nascono per uno scopo preciso, i Big Data possono essere utilizzati con varie sfaccettature e generare diverse forme di conoscenza. Possono servire al miglioramento dei servizi dei cittadini o alla sicurezza delle strade, ma anche alla sorveglianza della popolazione o al miglioramento dell’efficacia della pubblicità. E soprattutto per il miglioramento dell’economia. Per l’Italia, secondo paese manifatturiero europeo, so tratta di una sfida da non perdere: l’industria 4.0, la nuova generazione di imprese che sfruttano le tecnologie dell’Interne of Things, del cloud computing e dei Big Data, con sistemi e prodotti sempre più interconnessi e in comunicazione continua, dimostra come la rete e i dati stiano cambiando il modo stesso di fare impresa.

L’offerta formativa italiana
Sulla scia di queste nuove opportunità, è importante creare delle figure professionali che siano in grado di riconoscere i Big Data e saperli trattare al fine di giungere a un risultato. La figura del data scientist è stata recepita, in Italia, a diversi livelli da parte delle università. L’offerta didattica è nata prevalentemente all’interno di dipartimenti di informatica e ingegneria informatica: esistono, invece, 11 corsi di laurea appositamente pensati per la formazione del data scientist. Il resto dell’offerta è costituito da master piuttosto disomogenei per ricchezza dell’offerta e livello.

I dati devono essere accessibili
Il tutto deve, inoltre, partire dal presupposto che i Big Data debbono essere accessibili, possibilità resa possibile, in primo luogo, dal sistema amministrativo. Il MIUR, infatti, sottolinea la necessità di creare delle policy nella scuola e nella PA per raccogliere e gestire i dati attraverso la definizione di standard nazionali per le banche dati e la promozione di bandi per progetti che riguardino i Big Data. La condivisione dei dati, la loro integrazione e il loro riutilizzo producono valore, capacità di scelta e di innovazione che non saranno disponibili senza questa integrazione.