20 novembre 2019
Aggiornato 19:30
I risultati, pubblicati online dal Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS)

Un nuovo albero genealogico fa luce sulle origini dei «punti caldi» delle specie

Un nuovo albero genealogico della protea rivela che nuove specie di queste piante stanno comparendo tre volte più velocemente nei punti caldi di biodiversità dell'Australia e del Sud Africa rispetto al resto del mondo

Un nuovo albero genealogico della protea rivela che nuove specie di queste piante stanno comparendo tre volte più velocemente nei punti caldi di biodiversità dell'Australia e del Sud Africa rispetto al resto del mondo.
I risultati, pubblicati online dal Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS), hanno fatto luce sulle origini evolutive dei punti caldi di biodiversità, e hanno potuto contribuire a rafforzare l'impegno per proteggere queste aree ricche di specie, molte delle quali sono minacciate dall'attività umana.

Il lavoro è stato sostenuto in parte dall'UE tramite una borsa di studio internazionale Marie Curie per un soggiorno fuori Europa HOTMED («Origine evolutiva di punti caldi di biodiversità con clima mediterraneo«), finanziata nell'ambito del Sesto programma quadro (6° PQ).

Le regioni esaminate in questo studio, il Regno floreale del Capo in Sud Africa e il sud ovest dell'Australia, sono due delle cinque regioni del mondo ad avere un clima mediterraneo, le altre sono la parte centrale del Cile, la California e lo stesso bacino del Mediterraneo. Queste regioni sono tra le più ricche di specie della Terra e come tali sono ampiamente riconosciute come «punti caldi di biodiversità». Fino a questo momento però i motivi dell'eccezionale ricchezza di specie in queste regioni sono rimasti un mistero.

Il Regno floreale del Capo e il sud ovest dell'Australia sono caratterizzate da alti livelli di endemismo (cioè molte delle specie presenti si trovano unicamente in quella regione), da un suolo povero di sostanze nutritive e da incendi frequenti. Molte ospitano inoltre un gran numero di specie di protea.

Ci sono circa 2.000 specie di protea sulla Terra, tutte nell'emisfero sud, per lo più in Sud Africa e in Australia. Le piante esistono in un'ampia gamma di forme e dimensioni, da arbusti bassi a alberi di 35 metri di altezza. Hanno foglie coriacee e raggruppamenti a forma di coppa di fiori dai colori sgargianti. La protea è tra l'altro il simbolo nazionale del Sud Africa.

In questo studio, il team internazionale di scienziati ha messo insieme un «albero genealogico» di tutte le specie di protea del mondo. Questo albero mostra che le protea delle due regioni oggetto dello studio si evolvono circa tre volte più velocemente rispetto alle protea delle altre parti del mondo. Inoltre, questa esplosione di formazione di specie ha avuto luogo negli ultimi 10 - 20 milioni di anni, dopo che un periodo di cambiamenti climatici aveva reso sia il Regno floreale del Capo che il sud ovest dell'Australia più caldi, più secchi e più sensibili agli incendi.

Le protea sono conosciute per la loro resistenza alla siccità e per la loro capacità di ricrescere velocemente dopo un incendio. Con il cambiamento del clima, le specie che non riuscivano ad adattarsi alle mutate condizioni si sono estinte, mentre le protea sono prosperate e si sono diversificate essendoci meno competizione da parte di altre piante.

«Succede qualcosa di speciale in queste regioni: compaiono nuove specie di protea ben più velocemente rispetto ad altri posti, e sospettiamo che questo potrebbe succedere anche con altre specie di piante,» ha commentato il dott. Vincent Savolainen dell'Imperial College di Londra e del Royal Botanic Gardens a Kew, entrambi nel Regno Unito. «Questo studio dimostra che l'abbondanza di diversi tipi di protea in queste due regioni non è semplicemente dovuta a tassi normali di diversificazione delle specie che avvengono nel corso di un lungo periodo.

«Questo è il primo passo per capire perchè alcune parti del pianeta con un clima di tipo mediterraneo sono diventate punti caldi di biodiversità ricchi di specie. Capire di più sulla storia evolutiva di questi «punti caldi» è importante perché può aiutare a rendere più efficaci le attività di conservazione dell'ambiente,» ha concluso.